mercoledì 23 dicembre 2009

Dopenhagen - Italia

Perché la conferenza sul clima di Copenhagen si è conclusa con un accordo che non soddisfa le aspettative? Secondo il ministro invisibile dell'ambiente Prestigiacomo "ha pesato l'assenza più che giustificata per la nota aggressione del premier Silvio Berlusconi che forse, con la sua forte influenza, avrebbe potuto dare un apporto importante''.

Dopenhagen - Europa

Le letture sull'esito del summit di Copenhagen sono molteplici, ma su un punto convergono quasi tutte: il vero sconfitto della COP-15 è l'Europa.
Arrivata a Copenhagen con l'ambizione di svolgere un ruolo da protagonista, l'Europa a 27 si è ritrovata ai margini della cruciale fase di negoziati che si è svolta tra venerdì e sabato.
Obama, nelle sue dodici ore a Copenhagen, ha rivolto le sue attenzioni essenzialmente ai paesi emergenti, cominciando dalla Cina ma senza trascurare India, Brasile, Sud Africa e altri.
Forse l'America giudicava l'Europa già schierata e disponibile ed ha preferito corteggiare gli altri. Del resto la ritrovata leadership americana non ha degnato di maggiore considerazione le altre nazioni del G8, Giappone, Canada e Russia.
Gli interventi in plenaria di Merkel, Sarkozy e Brown sono stati motivati e convincenti, ma l'Europa non è riuscita a guadagnare un posto da leader. Sotto un profilo politico l'Europa esce da Copenhagen più compatta ma nettamente ridimensionata.

lunedì 21 dicembre 2009

Dopenhagen

L'immagine più emblematica della COP-15 di Copenhagen è quella di Claudia Salerno Caldera, capo delegazione del Venezuela, che sbatte sul tavolo la sua targhetta di identificazione per avere la parola, fino a feririsi la mano e sanguinare.
Questo succedeva nella drammatica e interminabile plenaria di sabato 19 dicembre, durata quasi 13 ore.
Venezuela, Nicaragua, Costarica, Cuba, Bolivia, Sudan e Tuvalu sono le sette nazioni che si sono opposte all'approvazione del Copenhagen Accord, che secondo le regole delle Nazioni Unite avrebbe dovuto avere l'unanimità delle delegazioni presenti. Il fermo dissenso dei sette ha portato a una procedura mai sperimentata prima, frutto della mediazione del segretario generale Ban Ki-moon: l'asssemblea ha "preso atto" dell'accordo e i paesi che lo approvano (tutti meno i sette citati prima) dovranno ufficializzare entro gennaio 2010 i loro obiettivi di riduzione delle emissioni.
Il percorso è più tortuoso del previsto ma sostanzialmente segue la falsariga di un accordo. Quanto ai dissensi, nel violento parere negativo dei cinque paesi latinoamericani guidati dal Venezuela è facile leggere una opposizione politica al metodo e alla nuova leadership dell'America di Obama. In questa analisi il dato cruciale e che la voce più autorevole dell'America Latina, il Brasile di Lula, ha invece appoggiato l'accordo e partecipato attivamente alla sua redazione.
Venezuela e gli altri paesi latinoamericani non sono mai stati in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, di cui non sono nè le prime vittime nè i principali responsabili. La loro opposizione è politica, come quella del Sudan, che è stato sconfessato dal resto dell'Africa e dal gruppo G-77+Cina di cui è temporaneamente portavoce. Imbarazzante che sia stato proprio il Sudan, dove è in corso un genocidio nel Darfur, a paragonare l'accordo di Copenhagen all'olocausto. Resta Tuvalu, piccola nazione insulare polinesiana che per tutte le due settimane di Copenhagen ha recitato un ruolo da protagonista rifiutando qualunque mediazione al ribasso. Ma anche in questo caso la posizione di Tuvalu non è condivisa dagli altri paesi insulari, Maldive in testa.
Restano molte perplessità sulla irrituale conclusione del vertice e sullo stesso valore legale dell'accordo, che non essendo stato approvato dall'assemblea resta un documento ad adesione volontaria. Sarà opportuno ricondurre la discussione in ambiti tecnici, assolutamente trascurati nel vortice dei negoziati politici svoltisi a Copenhagen tra venerdì e sabato. L'unico dato tecnico rimasto nelle tre brevi pagine del Copenhagen Accord è la volontà di non superare i 2° di riscaldamento globale. Non è poco, ma detto così ha poca sostanza.
Adesso comincia il dopo Copenhagen che io chiamo Dopenhagen. Entro poco più di un mese da oggi, per la fine di gennaio 2010, ogni nazione dovrà indicare i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni (cosà farà l'Italia?). Il tavolo ufficiale UNFCCC si riaprirà a Bonn dal 31 maggio all'11 giugno 2010. Si ricomincia.

domenica 20 dicembre 2009

La fine dell'inizio

Come previsto la conferenza sul clima di Copenhagen si è conclusa senza un accordo legalmente vincolante sul nuovo protocollo globale sul clima. Questo lo sapevamo più o meno tutti da mesi. Molto meno prevedibili si sono dimostrate le modalità e le conseguenze di questo epilogo, per una serie di motivi.
Il primo dato è la presenza di tutti o quasi i leader del mondo, evento mai accaduto nelle 14 COP precedenti. Le foto di Copenhagen con i grandi del pianeta seduti attorno a informali tavoli di negoziato sono una novità assoluta. Voci autorevoli riferiscono di un meeting tra i leader di Cina, India e Brasile in cui irrompe Barack Obama, lamentandosi di non essere della partita. Questa attenzione globale zittisce i negazionisti dei cambiamenti climatici e tutti coloro che fino all'ultimo hanno cercato di sminuire il significato del vertice di Copenhagen.
La seconda considerazione riguarda le liturgie delle Nazioni Unite e l'abitudine, per non dire l'arroganza, delle grandi potenze mondiali. Il primo a non capire su quale teatro si stesse recitando è stato proprio Obama, che ha vissuto freneticamente le sue 12 ore a Copenhagen con una sequenza di incontri ristretti, se non rigorosamente bilaterali, fino all'annuncio unilaterale di un accordo con i grandi paesi in via di sviluppo. Accordo che non comprendeva gli altri paesi del G8 e tutte le altre nazioni, comprese le più povere (nel linguaggio ONU sono LDC-Least Developed Countries).
Il terzo elemento è conseguente del secondo, ed è il prezzo che Obama e gli altri hanno pagato per l'arroganza e la superficialità con cui hanno trattato le procedure delle Nazioni Unite, dove USA e Cina contano come Kiribati e San Marino, almeno sulla carta. La conseguenza è stata la drammatica plenaria di sabato mattina (il New York Times pubblica una trascrizione), dove quattro nazioni latinoamericane (Venezuela, Bolivia, Nicaragua e Costarica) oltre a Sudan e Tuvalu, hanno impedito al Copenhagen Accord di essere sottoscritto dalla COP-15, relegandolo a un documento di cui il summit ha "preso atto". Le regole ONU infatti prevedono l'unanimità.
Questo punto merita qualche riga in più, perché i sei dissensi nascono da motivazioni profondamente diverse, che però hanno trovato nelle procedure un nesso comune. I latinoamericani hanno posto un problema politico, certamente strumentale ma motivato dalla oggettiva indifferenza di Obama al protocollo ONU. Non si può negare che l'accordo USA-Cina, India-Brasile-Sud Africa sia stato imposto dall'alto, con la conseguente frustrazione di chi da due anni stava lavorando con pazienza ai tavoli di mediazione.
Tuvalu e Sudan rappresentano invece l'estremizzazione di due posizioni, non condivise dagli altri stati dei rispettivi gruppi. Resta l'imbarazzo per il Sudan, che nel ruolo di portavoce del gruppo G77+Cina (130 nazioni) avrebbe dovuto mantenere atteggiamenti di moderazione, mentre ha addirittura paragonato la proposta di accordo all'olocausto. Inevitabili le prese di distanza di molti paesi del blocco.
Anche la quarta osservazione è conseguenza della seconda e riguarda sempre l'accordo appena citato. L'accordo politicamente avrà conseguenze pesantissime. L'opposizione delle quattro nazioni latinoamericane infatti ha come contrappeso il ruolo del Brasile di Lula, che è tra i fautori del documento. Quindi l'America Latina si è spaccata. Altrettanto vale per il Sud Africa e per il dichiarato appoggio di Etiopia e molti altri paesi africani, che di fronte all'opposizione del Sudan dimostrano una frattura anche in questo continente. Queste due posizioni, sommate a Cina e India e all'appoggio della Corea del Sud, sgretolano anche il fronte dei cosiddetti "paesi in via di sviluppo". Lo stesso vale per il gruppo dei piccoli paesi insulari (OASIS) . Mentre Tuvalu si metteva di traverso Maldive implorava l'appoggio all'accordo.
Il quinto punto è è che il cartello USA-grandi nazioni emergenti mette all'angolo anche Europa, Giappone, Russia, Australia e Canada. In pratica l'occidente resta rappresentato solo dall'America, che si presenta come unico interlocutore e alleato dei grandi paesi emergenti. Gli altri sono costretti a "prendere atto" e a manifestare la propria delusione. In questo scenario è evidente che la grande sconfitta è l'Europa.
Il commento dei grandi analisti politci sarà ovviamente che la conferenza di Copenhagen ha aperto una nuova stagione della politica globale in cui le decisioni possono essere prese senza la partecipazione di interlocutori come Europa e Giappone, impensabile fino a ieri. Tuttavia non è un G2 limitato a USA e Cina, come qualcuno ha scritto, ma un disegno che includendo Brasile, Sud Africa e India spacca tutti i cartelli continentali e rimescola le carte.
Tornando al clima e a quello che ci aspetta, non posso nascondere che resto ottimista, con alcune variabili da verificare nei prossimi mesi. La prima è ovviamente l'avvallo del senato USA al Climate Bill di Obama, che permetterebbe agli USA di assumere impegni molto più robusti entro pochi mesi. Gli esiti del voto sulla riforma sanitaria e i commenti della stampa americana alla delusione di Copenhagen mi fanno pensare che il provvedimento passerà.
L'Europa è smarrita e si sente in un ruolo troppo marginale. Il modo per uscirne, se gli USA approveranno il Climate Bill, sarà la decisione unilaterale di aumentare al 30% le riduzioni al 2020. La Cina è l'unica potenza ad avere la flessibilità per riconvertirsi senza eccessivi traumi alla nuova politica energetica globale e lo farà, seppure con i tempi e i riti dell'oriente (che assomigliano in modo imbarazzante a quelli della vecchia Democrazia Cristiana). Ovvero dicendo di no a oltranza salvo adeguarsi all'ultimo minuto.
Credo che Copenhagen sia la fine dell'inizio, e non il contrario, come qualcuno potrebbe pensare.
Entro gennaio 2010 le nazioni occidentali, quelle dell' "allegato 1" del protocollo di Kyoto, dovranno definire i loro livelli di riduzione delle emissioni (anche l'Italia, sono davvero curioso). Tra sei mesi nuovo round negoziale a Bonn, tra un anno la COP-16 in Messico.
Per allora o si chiude o tutti a casa davvero.

sabato 19 dicembre 2009

L'accordo ufficiale della COP-15

Dal sito ufficiale ecco il testo finale dell'accordo di Copenhagen, documento non approvato dall'assemblea, che ne ha solo "preso atto".
A tra poco per uno o più post riassuntivi di un summit che in ogni caso cambierà la faccia della politica globale.

L'accordo di Copenhagen

Alle 00:45 di sabato il New York Times ha pubblicato on line un .pdf con il testo integrale dell'accordo di Copenhagen.

Com'è quel bicchiere?


Obama riparte per gli USA prima del voto finale "a causa di problemi metererologici su Washington". Questa è la dichiarazione che Associated Press ha diffuso mezz'ora fa, ovvero alla mezzanotte tra venerdì e sabato.
Domani sapremo qualcosa di più dettagliato e cercheremo di valutare se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno.

venerdì 18 dicembre 2009

Fermatevi per la notte

Attorno alle 15 il commissario europeo all'ambiente Stavros Dimas ha confermato che "il segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto ai leader del pianeta di organizzarsi per rimanere a Copenhagen anche questa notte".

FDG 091218 #483

Con Daisaku Kadokawa, sindaco di Kyoto