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venerdì 28 settembre 2018

Presidenza Europea, Barnier si chiama fuori

Oggi Michel Barnier ha scritto una lettera al presidente del Partito Popolare Europeo Joseph Daul, comunicando la sua indisponibilità a candidarsi nello Spitzenkandidat, il processo di selezione che definisce i candidati dei vari gruppi prima delle prossime elezioni europee.
La candidatura di Barnier, già sconfitto nello Spitzenkandidat del 2014 da Juncker, era stata sollecitata da larga parte del gruppo del PPE, particolarmente dai popolari francesi. Barnier (67) è attualmente il capo negoziatore UE nella trattativa sulla Brexit ed è un politico di lungo corso (il suo primo incarico ministeriale in Francia risale al 1993). Proprio il suo ruolo nella Brexit sarebbe alla base della scelta. Nella lettera Barnier dice che il suo incarico non è compatibile con il calendario fissato dal PPE per la scelta del proprio candidato presidente, che si concluderà con il congresso di Helsinki del 7-8 novembre.Come delegato dal presidente Juncker a presiedere i negoziati Brexit, Barnier concluderà il suo mandato nel novembre 2019, quando verrà rinnovata tutta la Commissione Europea.
Il termine ultimo fissato dal PPE per presentare le candidature è il 17 ottobre. Ha già formalizzato la sua discesa in campo il tedesco bavarese Manfred Weber, capogruppo del partito al Parlamento Europeo. Sembra pronto a candidarsi anche l'ex primo ministro finlandese Alexander Stubb. Si parla anche di una candidatura dell'ex primo ministro irlandese Enda Kenny.
Il PPE è il primo gruppo del Parlamento Europeo. Malgrado i sondaggi lo diano in calo (come il PSE) dovrebbe confermarsi prima forza anche nelle elezioni del 2019. Ma questa volta non sembra così scontato che il candidato presidente del partito di maggioranza relativa conquisti la presidenza della Commissione.
Ufficialmente i trattati prevedono che sia il Consiglio Europeo, l'assemblea dei capi di stato, a designare con maggioranza qualificata un candidato presidente "tenendo conto" dei risultati elettorali. La candidatura deve essere poi ratificata a maggioranza dal Parlamento di Strasburgo.
La prevista ascesa dei gruppi populisti e sovranisti mette a forte rischio il tradizionale accordo tra PPE e PSE. Da parte loro i socialisti non hanno ancora deciso chi dovrà rappresentarli. Il PSE è in una posizione di debolezza per i pessimi sondaggi e per il fatto che guida il governo in pochi paesi. Per ora sono scesi in campo l'ex premier austriaco Christian Kern e lo slovacco Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Europea. Ma la candidatura socialista più forte sembra quella dell'olandese Frans Timmermans, anche lui vicepresidente della Commissione. Timmermans non ha fatto ancora annunci ufficiali e non correrebbe per vincere, consapevole della crisi del PSE, ma per guadagnare i gradi per conquistare il ruolo di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri ricoperto oggi da Federica Mogherini.
La candidata del gruppo dei Verdi dovrebbe essere di nuovo Ska Keller, come nel 2014, ma sono in lizza anche il bulgaro-tedesco Atanas Schmidt e la finlandese Petra De Sutter.
Il quadro è complicato anche dal "fattore Macron". En Marche ha appena firmato un appello per un fronte europeo antisovranista assieme ad altre figure di primo piano come il leader belga dei liberali dell'ALDE Guy Verhofstadt, gli spagnoli di Ciudadanos e Matteo Renzi, che invece come PD è nel PSE. Macron proverà a formare un proprio raggruppamento europeo o convergerà in ALDE o (più improbabile) con il gruppo dei socialisti? Macron lancerà la sua campagna europea in un evento domani a Berlino, forse sapremo qualcosa di più. La partita è ancora aperta, mentre le destre si preparano ad una affermazione storica.

giovedì 27 settembre 2018

Cosa ha detto Conte alle Nazioni Unite

Il premier Giuseppe Conte ha parlato ieri alla 73ima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Malgrado la dichiarata familiarità con l'inglese e con altre lingue, Conte ha parlato in italiano (le sei lingue ufficiali ONU sono inglese, spagnolo, francese, cinese, arabo e russo). Se non si usa una delle lingue ufficiali chi parla deve provvedere alla traduzione simultanea a proprie spese, oppure produrre una trascrizione scritta del suo intervento in una delle sei lingue.
Conte ha parlato poco più di nove minuti. Cosa ha detto? Non molto. Dopo i primi convenevoli rituali, ha iniziato subito in maniera bizzarra, con una dichiarazione difensiva, quasi una excusatio non petita: "Quando qualcuno ci accusa di sovranismo e populisno amo ricordare che sovranità e popolo sono richiamati nell'art. 1 della Costituzione italiana". Sovranità e sovranismo non sono la sterssa cosa, naturalmente, come non lo sono popolo e populismo. Mah.
Nella prima metà del suo intervento Conte ha parlato solo del fenomeno migratorio, dichiarando che "L'Italia ha salvato l'onore dell'Europa". Ha poi ricordato che l'Italia è all'ottavo posto per contributi alle Nazioni Unite e ai primi posti nel coinvolgimento delle azioni ONU di peacekeeping. Ha citato la prossima conferenza sulla Libia che si svolgerà nel nostro paese e rimarcato la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza in una prospettiva di "multilateralismo efficace", concetto che aveva già espresso all'inizio dell'intervento.
Tutto qui. Il video è a questo link.

sabato 11 agosto 2018

Il ministro dell'esterno

Scorrendo l'albo d'oro pubblicato sul sito del ministero si ricordano i ministri dell'interno degli ultimi dieci anni. Partendo dal più recente sono Marco Minniti, Angelino Alfano, Annamaria Cancellieri, Roberto Maroni, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu, Claudio Scajola, Enzo Bianco, Rosa Russo Jervolino e Giorgio Napolitano.
Oggi il ministro dell'interno è Matteo Salvini. Un ministro che ha fatto della visibilità la sua immagine politica. Salvini è ubiquo e lascia ovunque tracce di sè, attraverso i suoi prediletti social network, le foto e le dichiarazioni. La foto qui sopra è di ieri e immortala una scorribanda alle isole Tremiti. Sulla barca di Salvini c'era ovviamente la scorta di polizia. Un'altra imbarcazione di scorta la seguiva e un elicottero sorvegliava dall'alto, per garantire l'incolumità del ministro. Tutto secondo i protocolli, niente da dire.
Quale dei dieci ministri dell'interno che hanno preceduto Salvini, elencati qui sopra, avrebbe fatto circolare una foto così? La forza peculiare del leader della Lega è proprio questa: lui ESTERNA. Esterna senza pudore le sue foto tra fritture, notti in discoteca, bagni in spiaggia e gite in barca con la fidanzata (tanto la scorta non si vede). Esterna frasi ad effetto su qualunque argomento, ben al di là delle sue competenze di governo. Sulle esternazioni di Salvini si discute e si studia. Francesco Nicodemo le classifica secondo la teoria de "L'elefante del giorno", mutuata da George Lakoff: "quasi ogni giorno viene dato in pasto all’opinione pubblica un tema che da un lato distoglie l’attenzione da altri contenuti, dall’altro serve a verificare le reazioni stesse dell’opinione pubblica."
"L'elefante del giorno" è una modalità comunicativa in sè piuttosto semplice, ma certamente efficace. A Salvini importa poco che le sue esternazioni abbiano senso istituzionale, correttezza politica, persino fondamento, come è accaduto con la fake news dei migranti che pretendevano di vedere le partite di calcio su Sky. Che sia una strategia è ormai ovvio. Che colpisca nel segno pure. Che gli alleati di governo Cinque Stelle la subiscano senza fiatare un dato di fatto.
Ma Salvini non esterna solo elefanti, esterna se stesso. E lo fa spudoratamente, come nella foto qui sopra. Nessuno si scompone. Solo tre mesi fa associare la foto di un ministro sorridente in barca con la fidanzata sarebbe stato l'esempio classico dei privilegi, della casta, dei nemici della ggente. Con Salvini questo non funziona. Ciò che indignava e faceva insorgere masse di leoni da tastiera, nel caso di Salvini diventa un elemento di empatia e di complicità. La foto qui sopra è eloquente: il ministro è seminudo, con in bellavista la pancetta all'italiana e il pettorale floscio al limite della ginecomastia. D'accordo, per avere 45 anni non è esattamente in forma, ma questo lo avvicina al suo elettore medio. La sua compagna, che a spalle nude avrebbe ben altra silhouette, appare invece in abbigliamento castigato, per non rubargli la scena.

martedì 3 luglio 2018

L'editoriale di oggi di Claudio Cerasa



L’Italia cresce, ed è sempre più arrabbiata. La disoccupazione diminuisce, e il risentimento aumenta. L’occupazione migliora, e l’indignazione si moltiplica. Il numero di sbarchi crolla, e la paura degli sbarchi si dilata. I delitti calano, gli omicidi calano, i furti calano, i femminicidi calano, le rapine calano, gli omicidi calano, e l’insicurezza aumenta. La stragrande maggioranza degli italiani si dichiara molto soddisfatta della vita che conduce e la stragrande maggioranza degli italiani dichiara di coltivare un forte sentimento di rancore. La percentuale di stranieri in Italia è di otto persone ogni cento e il settanta per cento degli italiani è convinto che siano almeno il doppio. Nell’Italia delle fake news, delle bufale, delle cialtronate, del virale che conta più del reale, dei bambini morti su una spiaggia che vengono descritti come se fossero bambolotti, più passano i giorni, più si accavallano i dati, più si sommano le statistiche e più risulta sempre più evidente quello che in pochi vogliono vedere: la post verità di solito nasce con la distruzione del principio di realtà e quando un paese non riesce a mettere il principio di realtà su un piedistallo più alto rispetto a quello della demagogia quel paese è destinato a essere governato da un agenda che risulta essere un mix di rancore e di fuffa.
L’Italia di oggi, se vogliamo, è tutta nei dati del Censis della scorsa settimana – i reati sono in calo, meno 10,2 per cento nell’ultimo anno, ma nonostante questo si moltiplicano paure e insicurezza. E’ tutta nei dati del Viminale di ieri – il numero dei migranti sbarcati tra il primo gennaio 2018 e il 2 luglio 2018 è del 76,62 per cento inferiore rispetto al 2016 e dell’80,51 per cento inferiore rispetto al 2017. E’ tutta nei dati dell’Istat sempre sull’occupazione – a maggio gli occupati hanno raggiunto il massimo storico di 23 milioni 382 mila unità, il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7 per cento ai minimi dal 2012. E’ tutta nella grande contraddizione in cui si trova oggi il paese governato da Salvini e Di Maio: due forze politiche che hanno tarato la propria offerta elettorale più sul percepito che sul reale (“Always predict the worst and you’ll be hailed as a prophet”, cantava il musicista americano Tom Lehrer) e che ora di fronte a un’Italia che va meglio di quanto è stato raccontato sanno che il rischio che corrono è non riuscire a fare meglio dei predecessori.
Quando un paese si ritrova a essere governato dai professionisti della percezione, e dagli algoritmi del rancore, quel paese rischia di avere politici interessati a occuparsi più della forma che della sostanza, più della fuffa che della realtà, più dei problemi inventati che dei problemi reali. Ma quando un paese si ritrova a essere governato più dal virale che dal reale – e quando cioè un paese viene messo nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra – il problema non riguarda più solo la politica. Riguarda prima di tutto uno spazio che dovrebbe essere cruciale per ogni democrazia: l’esistenza o meno di una opinione pubblica. La ragione per cui l’Italia tende più di altri paesi in Europa a considerare come potenziali verità diverse potenziali bugie – e tende a considerare come potenziali falsità diverse potenziali verità – è il frutto di un meccanismo perverso che si è andato a innescare nel nostro tessuto democratico e che riguarda un fenomeno persino più grave rispetto a quello delle fake news: la proliferazione delle bad news. La storia la conoscete. Una notizia può essere considerata tale solo a condizione che la notizia sia negativa.
Una buona notizia è automaticamente una non notizia e a forza di considerare notizie degne di essere trattate solo notizie che descrivono un problema siamo arrivati ad avere un’opinione pubblica che ha certificato la sua scomparsa nella misura in cui è diventata volontariamente o involontariamente portavoce di unico sentimento: quello del rancore. Gregg Easterbrook, autore di un formidabile saggio sull’ottimismo pubblicato pochi mesi fa in America con la casa editrice Public Affairs (“It’s Better Than It Looks: Reasons for Optimism in an Age of Fear”), sostiene che una delle ragioni per cui le società moderne tendono a dare poco peso alle buone notizie sia legata al paradosso del progresso: “As life gets better, people feel worse”. Più le cose vanno bene e più le persone tenderanno ad accorgersi della propria felicità solo quando staranno per perderla. Nell’Italia di oggi – dove il rischio descritto da Easterbrook lo si corre più che in altri paesi europei – la fine dell’opinione pubblica può essere messa a fuoco utilizzando diverse lenti di ingrandimento. La più importante, e la più grave, è però quella che impedisce di raccontare il mondo per quello che è per paura di essere considerati veicoli di fake news. Se il cretino collettivo ha deciso che il mondo è prossimo allo sfascio affermare il contrario non significa opporre alla demagogia il principio di realtà, ma significa negare la realtà virale, esponendosi all’assalto delle cavallette digitali. La rinascita dell’opinione pubblica non passa solo dalla capacità di reagire ai professionisti dello sfascio. Passa da qualcosa di più rivoluzionario: cominciare a saper distinguere un fatto per quello che è, e non per quello che sembra, e stanare senza pietà la demagogia vuota di chi non ha altro strumento per governare un paese se non quello della paura. E’ arrivato il momento di svegliarsi.

domenica 18 marzo 2018

Come ci manca Silvio

Le elezioni le ha vinte il M5S, certo. Avrebbe potuto avere due o tre punti in meno, ma sarebbe cambiato poco o niente. Le elezioni le ha perse il PD, certo. Avrebbe potuto avere due o tre punti in più, ma sarebbe cambiato poco o niente.
Ma la vera tempesta politica è stato il travaso di 3-4 punti tra Forza Italia e Lega nell'ultima settimana prima del voto, che ha portato Salvini nel ruolo di leader del centrodestra. Berlusconi era sicuro del suo vantaggio e ripeteva che la leadership sarebbe andata a chi avesse preso un voto in più. Ed è stato, inopinatamente, Salvini.
Se Silvio fosse arrivato primo nella coalizione, come sembrava scontato, tutto sarebbe stato diverso. Lo avremmo visto salire al Quirinale sorridente, con al fianco Gianni Letta e Tajani e sottobraccio la cartella con dentro l'ultimo sondaggio di Ghisleri. Da consumato incantatore di serpenti, avrebbe rabbonito Salvini promettendogli ministeri di rilievo e grande visibilità. Sarebbe andato nel salotto di Vespa a fare battute e tranquillizzare il paese e l'Europa. Avrebbe mandato Brunetta e Gasparri a celebrarlo nei talk show di seconda fascia. Non avrebbe fatto alcuna apertura ai grillisti, contro i quali aveva centrato tutta la campagna elettorale.
Non è andata così. La coalizione di centrodestra è arrivata prima, ma è come se non esistesse. Forza Italia è muta e annichilita, mentre Salvini si comporta come se tutto il 37 per cento delle destre fosse roba sua.
Berlusconi non darà le carte. Forza Italia si spegnerà lentamente in un triste, inesorabile crepuscolo. E, sembra assurdo scriverlo, Silvio ci mancherà.

mercoledì 7 marzo 2018

Auguri



martedì 6 marzo 2018

Il nuovo ceto politico

Per la somma tra collegi uninominali e listini, in alcuni collegi del sud il M5S ha più eletti che candidati. Quindi non solo entreranno in parlamento quelli piazzati all'ultimo posto delle liste, ma andranno ripescati i migliori esclusi di altri collegi.
Visto che anche nella scorsa legislatura la statura politica e culturale di molti parlamentari grillisti era perlomeno discutibile, possiamo immaginare cosa succederà in questa.

sabato 10 febbraio 2018

Macerata, le foibe, i titoli dei TG, l'informazione

I TG della sera stanno mettendo nei titoli la notizia che alla manifestazione antifascista di Macerata qualcuno avrebbe inneggiato alle foibe. Saranno stati dieci deficienti che ovviamente non fanno testo. Mi ricorda la Leopolda 2016, quando un qualunque spettatore (uno solo) alla citazione di Bersani cominciò a urlare "Fuori, fuori!" e tutti i titoli del giorno dopo furono per "I cori della Leopolda contro Bersani".
L'informazione degli anni '10 è così. La singola voce, se fa scalpore, prevale sulla massa. Lo dimostra anche il video qui sotto, dove la manifestazione antifascista sembra essere diventata una manifestazione contro il PD, contro il ministro Minniti e il sindaco di Macerata Carancini. Ma sono sicuro che non è andata così. O almeno spero.


martedì 17 ottobre 2017

A sinistra del PD c'è solo rancore e voglia di vendetta

Ho dato una scorsa alla pagina facebook di Miguel Gotor. Lo ricordate? Era lo spin doctor della campagna elettorale PD del 2013, quella "non vinta" da Bersani. Per riconoscenza fu paracadutato in Umbria, un posto sicuro in lista al Senato. Insomma, è un nominato. Fa parte del gruppo dei fuoriusciti dal PD e fondatori di MDP.
Degli ultimi quindici post scritti o rilanciati da Gotor tredici sono contro il PD e il governo, due riguardano eventi politici di MDP. Nessun intervento parla delle destre, del M5S, di proposte politiche, di eventi di attualità nazionali o internazionali. Che so, le elezioni in Austria, la giornalista uccisa a Malta, la resa dell'ISIS a Raqqa, la giornata mondiale dell'alimentazione celebrata ieri a Roma con Papa Francesco alla FAO.
Non vale la pena di commentare.

domenica 23 luglio 2017

PD: è arrivato un dipartimento carico di...

La nuova segreteria del PD, presieduta da Matteo Renzi, ha approvato le nomine per i dipartimenti tematici. Secondo la proposta fatta da Renzi in Direzione Nazionale lo scorso 30 maggio avrebbero dovuto essere 25, ma sono diventati 40. Eppure molti temi non sono presenti e altri sovrarappresentati.
La lacuna più grave, come sbandiera da ore Dario Ballini, è un dipartimento per i diritti civili. Ma ci sono altri temi cruciali che sembrano trascurati. Pina Picierno si occuperà di Fondi Europei, ma nessuno si occuperà di Europa. E l'Europa, in tempi di Brexit e confini chiusi, non è certo un argomento legato solo ai finanziamenti comunitari. C'è chi si occupa di ambiente, chi si occupa di energia, ma nessuno che si occupi dei cambiamenti climatici e dell'attuazione dell'accordo di Parigi. Un dipartimento affidato a Simona Bonafè si occupa di Economia Circolare, ma non c'è nulla sul tema più trasversale dello Sviluppo Sostenibile. C'è un dipartimento sul Mezzogiorno ma non uno sul Mediterraneo, dove l'Italia deve essere protagonista. Niente su coste, porti, mare e Blue Economy.
Le politiche urbane sono spacchettate in tre dipartimenti: urbanistica, città metropolitane e rigenerazione urbana. Sicuri che sia la scelta giusta? C'è un dipartimento per le piccole e medie imprese, ma nulla che si occupi delle partite IVA, ovvero professionisti, artigiani e commercianti. Si pensa anche al partito, con un dipartimento sui circoli, uno sul "partito aperto" e uno sulle Feste dell'Unità. Ma non si pensa al territorio, con l'assenza dei temi del dissesto idrogeologico e della resilienza. Si dedica un dipartimento (sacrosanto) alla ricostruzione del terremoto, ma si trascura il tema della prevenzione del rischio.
Sul fronte agitatissimo degli enti locali c'è un generico dipartimento "pubblica amministrazione" che sembra poco per argomenti bollenti come il federalismo, la questione irrisolta delle province rimaste in costituzione ma senza risorse, la sussidiarietà, il ruolo dei comuni.
Matteo Renzi ne aveva annunciati 25 e sono diventati quaranta. Sono tanti. Non tutti azzeccati.

lunedì 12 giugno 2017

L'impossibile analisi politica delle elezioni comunali

Questa è la scheda delle elezioni comunali di Taranto. Ci sono 37 simboli elettorali e le liste civiche sono almeno venticinque, oltre a quelle dei candidati sindaci minori. A La Spezia le liste civiche erano 15, a Lecce 14. Ad Asti 13, a Verona, Padova, Lucca e Pistoia 12. Dodici liste civiche anche a Civitanova Marche (MC), città di 40mila abitanti. Ad Ortona (CH), 23mila abitanti, le liste civiche sono quattordici.
Quale analisi politica del voto si può fare con questi schieramenti? L'unico dato comparabile è quello del M5S, che come sempre balla da solo. Gli altri partiti nazionali escono tutti fortemente depotenziati dalla presenza di una miriade di liste con nomi e simboli stravaganti, più o meno collegabili ad aree politiche definite. Il fenomeno è tutto italiano e la proliferazione delle liste civiche non accenna a diminuire.
Il voto locale si è polverizzato, ha perso anche la dimensione del campanile. Siamo scesi alla scala delle parrocchie o delle bocciofile.

venerdì 9 giugno 2017

La gerontocattiveria della CGIL

La comunicazione social scelta dalla CGIL per la manifestazione del 17 giugno contro le politiche del lavoro del Governo è incomprensibile. La maggior parte degli iscritti alla CGIL, quasi tre milioni, è composta da pensionati, con una età media sopra i 73 anni. Più o meno arzilli, più o meno allegri.
Questo slogan (oggi si chiama hashtag) #nonFateiBuoni non sembra adattarsi a teste canute, facce rugose e gambe fragili. Nelle immagini social della CGIL però appaiono solo ragazze e ragazzi, che tra gli iscritti al sindacato sono una esigua minoranza.
#nonFateiBuoni non raggiunge comunque le vette inarrivabili di #tutogliioincludo del 2014.


giovedì 25 maggio 2017

Art.1-MDP è contro la vaccinazione obbligatoria

Con la risposta pubblicata poche ore fa ad un post sulla sua pagina Facebook Miguel Gotor chiarisce la posizione dei fuoriusciti dal PD sul tema vaccini: "Siamo per evitare disposizioni coercitive e sanzionatorie. Siamo invece per un'adesione volontaria e consapevole."
Lo scorso aprile l'On. Adriano Zaccagnini, ex M5S che fa parte del gruppo di Art.1-MDP, aveva organizzato alla Camera dei Deputati un convegno dal titolo "Vaccini, l'altra verità".
Zaccagnini, dopo le polemiche suscitate dal suo convegno, aveva precisato che il tema era la "libertà di scelta per vaccinarsi in sicurezza" e che la sua posizione era intermedia tra antivaccinisti e chi vuole la "coercizione alle vaccinazioni".
Quanto scrive oggi Gotor conferma la linea di Bersani & Co. come un NO all'obbligo di vaccinazione.

giovedì 11 maggio 2017

De Bortoli, Boschi, Ghizzoni. Perché?

Al di là delle conferme e delle smentite, a me non interessa molto sapere se Maria Elena Boschi e Federico Ghizzoni abbiano mai parlato di Banca Etruria. Sappiamo tutti che tra "potenti" i colloqui informali su questioni anche più scottanti sono normali. Ogni politico si rapporta spesso agli imprenditori e alle banche in modo confidenziale. Non sempre per fare pressioni, per fortuna, ma certamente per perorare cause e cercare soluzioni a problemi.
Io non troverei scandaloso che Boschi avesse parlato di Banca Etruria a un grande banchiere, anche se in Banca Etruria c'era di mezzo il padre. C'erano di mezzo soprattutto migliaia di risparmiatori del suo collegio, suoi elettori. Anzi, credo che lo abbia fatto davvero (anche se MEB smentisce), come politici veneti avranno certamente perorato la causa di Antonveneta, politici pugliesi quella di Banca 121 e politici marchigiani quella di Banca Marche. Gianni Agnelli è stato senatore a vita dal 1991 al 2003. Qualcuno potrebbe pensare che in quei dodici anni non abbia mai parlato di Fiat, la sua azienda di famiglia, con ministri, presidenti e banchieri?
Quello che non è normale è che Ghizzoni (o chi altro) riferisca un colloquio del genere a De Bortoli e che questi lo scriva in un libro, senza offrire riscontri oggettivi, scatenando un polverone politico. E che addirittura lo dia in pasto alle agenzie con un leak stile libri di Bruno Vespa, confermando poi il tutto con un grillesco: "Sono sicuro delle mie fonti, fidatevi di me".
La mia lettura di questo episodio è che una fetta del grande capitale vuole Renzi morto. Per sostituirlo con chi? Questa è la vera domanda da porsi.


mercoledì 3 maggio 2017

Ebbene sì, in Italia le elezioni le decidono gli anziani

Oggi si parla molto di un articolo di Ilvo Diamanti su La Repubblica dal titolo "Il popolo delle primarie con i capelli grigi". Diamanti racconta con i dati di un sondaggio come la gran parte degli elettori delle primarie PD fosse over 65. E' una notizia? Assolutamente no.
L'età media in Italia è di 45.1 anni (lo dice la CIA). Secondo altre fonti addirittura di 45.9 anni, con una proiezione a 47.8 nel 2020. Considerando che gli under 18 non votano (alle primarie PD gli under 16) possiamo ipotizzare che l'età media degli aventi diritto al voto sia vicina ai 60 anni. Un'ananalisi del voto alle comunali di Roma del 2016 stabilisce che gli elettori tra i 18 e i 44 anni erano il 38.5%, quelli dai 45 in sù il 61.5%.
In numeri assoluti il voto dei giovani purtroppo conta poco. Questo sia perché i giovani sono sempre meno, sia perché hanno molta meno propensione al voto degli anziani. Per i giovani il PD non è attrattivo da ben prima dell'avvento della leadership di Matteo Renzi. Nelle elezioni politiche del 2013 il PD a guida Bersani alla Camera ebbe solo 109mila voti più che al Senato (8.64 mln contro 8.53) e una percentuale più bassa di quasi due punti (27,3% Senato, 25.4% Camera). E dire che i voti totali alla Camera erano stati 2.75 milioni in più.
Nel referendum sulla Brexit il 75% degli elettori britannici under 24 aveva votato per restare in Europa, come il 54 per cento nella fascia 25-49. Tuttavia hanno vinto i Sì, e anche largamente. L'elettorato giovane vota poco e tende a scegliere i partiti giovani, alternativi e populisti. In Italia il M5S, in Francia Le Pen e Mélenchon, in Spagna Podemos e Ciudadanos.
La disaffezione dei giovani verso i partiti tradizionali (e verso il voto in generale) non è una bella notizia, ma neppure una novità: la militanza e la partecipazione politica sono in calo costante da decenni. Non è un mistero che, degli oltre cinque milioni di tesserati alla CGIL, più della metà sono pensionati. I dati citati nell'articolo di oggi di Ilvo Diamanti non fanno che confermare questa tendenza (qui sotto la tabella con i votanti per fasce di età).

martedì 2 maggio 2017

Quando Bersani perse 3 milioni e mezzo di voti

Scappano dal PD, ma continuano a spiarlo dal buco della serratura. Sperando nel peggio e scrivendo il peggio possibile. Come l'ineffabile Gotor. che consiglia "un bagno di realtà".
Gotor invece si dovrebbe invece ricordare che nel 2013, quando lui era lo spin doctor di Bersani nella peggiore campagna elettorale di sempre, il PD perse 3 milioni e mezzo di voti rispetto a quelli presi da Veltroni nel 2008. Cioè Bersani perse quasi un terzo dei voti, a fronte di un calo dell'affluenza solo del cinque per cento. Ed erano voti veri. Altro che "bagno di realtà", quello è stato un bagno di sangue.
 

lunedì 10 aprile 2017

La tabella di Diamanti su Repubblica di oggi è sbagliata

Su La Repubblica di oggi il consueto approfondimento politico del lunedì di Ilvo Diamanti è dedicato al Movimento 5 Stelle. Come sempre l'analisi di Diamanti parte dai dati di un sondaggio Demos, di cui sono pubblicate le tabelle
La tabella che sta rimbalzando sul web è quella in cui i voti dei principali partiti sono divisi per categorie sociali, che evidenzia come il M5S sia al primo posto tra gli operai, i dipendenti pubblici e privati, i lavoratori autonomi (nella tabella è indicato per errore un primato M5S anche tra gli studenti). 
Il dato però va letto con attenzione perché evidenzia solo la percentuale di voto che i partiti hanno nelle varie fasce sociali. Nella colonna grigia di sinistra è indicato il "peso" delle varie classi sul totale dei votanti. Le colonne accanto registrano quanto i singoli partiti raccolgono nella specifica classe, sempre rapportato al 100% dei propri consensi. Le cifre quindi indicano la percentuale dei propri voti, quindi non la "vittoria" in senso assoluto nella fascia sociale. Chiaro, ad esempio, che se Sel prende il 14% tra i professionisti (sarà...) e "vince" nella categoria, i voti sarebbero sempre molti meno di quelli di PD e M5S.
Il PD prevale largamente tra i pensionati (che sono un quarto dell'elettorato), il M5S è sopra la media tra i lavoratori, Forza Italia ha il suo zoccolo duro tra le casalinghe.
Se dovessimo dare queste cifre per attendibili, il dato più interessante è quello degli studenti, dove PD e M5S sono alla pari con il dieci per cento. Ovvero gli studenti rappresentano il dieci per cento dell'elettorato dei due partiti, più dell'otto per cento del peso degli studenti sull'elettorato totale. Quindi la teoria che il PD non attragga più i giovani, ripetuta spesso da critici e scissionisti, sembrerebbe del tutto infondata.
Ma saranno vere queste cifre? Diffcile dirlo, perché i numeri della tabella sono sbagliati.
I dati infatti dovrebbero essere in percentuale (così è scritto) ma il totale delle colonne non fa mai 100, ma una cifra tra 99 e 103. Inoltre, come nota Alessandro Visalli, il 100% dei pensionati (anzi il 107%) darebbe indicazione di voto per uno dei partiti indicati, mentre solo il 35% ca. degli impiegati pubblici e dei lavoratori autonomi (o dei professionisti) lo fa. Si astengono tutti? E per di più le percentuali totali dei partiti non tornano: Sel avrebbe più voti del M5S.