domenica 5 luglio 2009
In Albania ha vinto Berisha. Quasi.
Il premier Berisha sostiene di avere vinto 71 dei 140 seggi del parlamento albanese, ma i riconteggi sono ancora in corso e gli osservatori non ne attribuiscono alla coalizione di centro destra più di 70. Il partito socialista di Edi Rama si fermerebbe a 66. Quindi nessuno ha vinto le elezioni in Albania a parte Ilir Meta, che con il suo partito LSI, collocato a sinistra del partito socialista di Rama, ha visto eletti quattro parlamentari.Berisha, che in campagna elettorale aveva chiamato l'LSI "la metà di una mela marcia" ha chiesto formalmente a Ilir Meta di entrare in maggioranza e far parte del governo. Meta, che da parte sua sotto elezioni giudicava Berisha "un male da estirpare" ci ha pensato un po' e poi ha accettato, aggiungendo che questa è stata "la decisione più sofferta della vita". Meta e l'LSI avevano rotto l'alleanza con i socialisti a gennaio, per protesta contro il voto di Rama per la nuova legge elettorale che penalizza i partiti minori.
Se Berisha non ha vinto con i numeri, Rama ha sicuramente perso, anche perché per eccesso di sicurezza aveva rifiutato una coalizione con l'LSI, probabilmente convinto che Meta non avrebbe superato lo sbarramento del 5%.
Destra e sinistra nei Balcani sono concetti più labili che altrove. “Poteva il Movimento Socialista per l’integrazione - ha detto Meta spiegando la sua decisione - rimanere solo all’opposizione di fronte ad una grande maggioranza composta dal Pd di Berisha e dai socialisti?”
La permanenza al potere di Berisha non dispiace all'Europa e agli USA, che hanno accolto lo scorso aprile l'Albania nella NATO.
sabato 4 luglio 2009
Io ci sto
È arrivato il momento. Siamo in molti, moltissimi. Sogniamo un’Italia diversa, crediamo nella cultura del merito, nella laicità della Stato, nella solidarietà, nel rispetto delle regole, nei diritti uguali per tutti, vogliamo liberare le energie migliori di questo Paese e creare una squadra di persone che diano voce, forza, concretezza alle nostre idee.Siamo decisi a contrastare democraticamente chi governa l’Italia in maniera ottusa e maldestra: per un Paese curato, sicuro, sereno, moderno per un Paese che conti, in cui si faccia strada il coraggio, la capacità, la speranza per un lavoro con un salario degno che valorizzi ogni individuo per una scuola come principale strumento per la formazione e l’integrazione dei nostri figli per uno sviluppo economico, responsabile, che rispetti l'ambiente Vogliamo che ognuno possa costruire con fiducia il futuro, realizzare il proprio sogno e vogliamo essere liberi di scegliere. Non sono slogan, sono i valori in cui crediamo e che ci uniscono. Ma affinché questi valori diventino azioni positive, ognuno di noi deve fare un passo avanti e assumersi un impegno.
IO CI SONO
Sono pronto a fare il primo passo per assumermi la responsabilità di dare voce e concretezza a ciò in cui crediamo. Sulla stessa strada siamo in tanti, a partire da un gruppo di democratici liberi nello spirito e visionari, che hanno scelto di impegnarsi e condividere la sfida.
Non siamo spinti né sostenuti da correnti, siamo un ruscello ma possiamo diventare un fiume se ognuno di noi è disposto a contribuire con la propria goccia d’acqua. Il fiume deve scorrere dentro gli argini e ogni persona per contare si deve iscrivere al Partito Democratico e partecipare con il proprio voto alla fase congressuale, per scegliere il candidato.
Facciamoci vedere. Facciamo sentire quanto è forte la nostra voglia di cambiare. Entro l’11 luglio iscriviamoci tutti al PD. E tra una settimana, se saremo in tanti, il fiume seguirà un nuovo corso. Di speranza e fiducia.
Ignazio Marino
Tecnologia sostenibile
Greenpeace ha pubblicato il suo ranking aggiornato delle 17 principali aziende costruttrici di computer, telefonini e altri aggeggi ad alto contenuto tecnologico, valutate sotto il profilo dell'attenzione alle tematiche ambientali.Le prime tre sono Nokia, Samsung e Sony Ericsonn. Le ultime Lenovo e Microsoft (a pari merito) Fujitsu e Nintendo. I seguaci di Steve Jobs saranno delusi: Apple è solo undicesima.
giovedì 2 luglio 2009
Chi ha vinto in Albania?
Quattro giorni dopo la chiusura dei seggi i risultati delle elezioni politiche in Albania sono ancora incerti. Gli exit poll di domenica, anche quelli dell'americana Zogby, assegnavano un buon vantaggio al partito democratico del presidente in carica Berisha, di area centro destra. Lo spoglio invece ha mostrato un testa a testa tra Berisha e l'opposizione di sinistra guidata dal sindaco di Tirana Edi Rama.L'affluenza è stata del 49%, un dato buono per l'Albania che ha molti elettori registrati emigrati all'estero. Gli ultimi dati, riferiti al 98% dei voti, danno in testa Berisha con il 46.81% seguito dal partito socialista di Rama con il 45.42%. Tutti gli altri partiti sarebbero sotto la soglia del 5%, meno il movimento di sinistra LSI di Ilir Meta con il 5.59%.
Il parlamento monocamerale albanese ha 140 seggi e si profila uno storico pareggio tra le due coalizioni, con 70 parlamentari l'una. Per ora i seggi assegnati sono 68 per Berisha e 65 per Rama, mentre l'LSI ne conquisterebbe quattro. Secondo i calcoli Berisha resterebbe a 70, tanti quanti quelli di Rama (66) e Meta.
I risultati ufficiali non sono stati ancora proclamati e naturalmente una battaglia all'ultimo voto come questa porta nuovamente in primo piano le voci di brogli e manomissioni, dopo una tornata elettorale sostanzialmente tranquilla e senza incidenti. Il partito socialista rifiutano di accettare i risultati della zona settentrionale di Scutari, una roccaforte di Berisha, dopo che da un'urna sono uscite 400 schede per Berisha e nessuna per Rama. Una lite tra gli scrutatori nella città interna di Lac ha convinto la polizia a trasferire tutte le schede a Tirana per un riconteggio.
Le elezioni erano seguite da 400 osservatori internazionali dell'OCSE, che hanno apprezzato un generale miglioramento degli standard di voto, pur ammettendo che non si è ancora a livelli occidentali. Garantire elezioni democratiche è un obiettivo primario per l'Albania, che recentemente ha presentato ufficialmente la richiesta di entrare a far parte dell'Unione Europea.
"Qui è un gran casino, hai presente l'elezione di Prodi del 2006?" mi ha detto oggi al telefono un amico da Durazzo.
Il nuovo Piano Marshall per il clima
Il 26 giugno il premier inglese Gordon Brown ha presentato The road to Copenhagen, il manifesto politico del governo di Londra per la riduzione delle emissioni di CO2 e la lotta ai cambiamenti climatici (documento completo e sintesi).Oltremanica la questione è stata presa di petto, con un sito web dedicato e un piano organico di riduzione delle emissioni domestiche a cui Brown adesso aggiunge la richiesta di un fondo mondiale di solidarietà per il clima che dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari entro il 2020. Il fondo dovrà essere destinato alle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi più poveri.
Nella sua presentazione (testo) Gordon Brown ha citato gli accordi di Bretton Woods e il Piano Marshall come modelli per il nuovo patto globale. "Sono pochi i momenti nella storia in cui le nazioni devono confrontarsi su decisioni comuni che cambieranno la vita di ogni uomo, donna e bambino del pianeta per le prossime generazioni" ha esordito Brown. "Oggi siamo di fronte ad uno di quei momenti e ad una decisione che determinerà il futuro e il destino del nostro mondo non per un decennio o una generazione, ma per un secolo e oltre".
"Mancano 23 settimane a Copenhagen - ha concluso Gordon Brown - e quando gli storici guarderanno a questo momento critico facciamo in modo che non dicano che siamo la generazione che ha tradito i propri figli, ma che abbiamo avuto il coraggio, e la volontà, di farcela."
Discorso lungo e tosto, zeppo di cifre, dati e citazioni. Discorso chè è piaciuto al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che un una nota ufficiale ha commentato che "questo è esattamente il tipo di leadership che i paesi sviluppati devono dimostrare" aggiungendo che "senza un impegno finanziario serio dei paesi sviluppati sarà difficile raggiungere un accordo a Copenhagen".
Nessun commento dal governo italiano. Mancano pochi giorni al G8, dove Gordon Brown e gli altri leader mondiali certamente rinnoveranno la proposta.
mercoledì 1 luglio 2009
I misteri di Zagabria
Cosa sta succedendo in Croazia? Il premier Ivo Sanader (56) aveva annunciato di sciogliere la riserva sulla sua candidatura a presidente della repubblica entro il 31 luglio. Oggi invece ha presentato le sue dimissioni da primo ministro "per motivi personali". Sanader, a capo del partito conservatore Unione Democratica Croata, era stato nominato primo ministro nel 2003 e aveva guadagnato un secondo mandato nel novembre 2007."Il mio lavoro è concluso, qui finisce la mia carriera politica" ha detto oggi il premier in conferenza stampa. Sanader si è anche dimesso da presidente del partito. Il suo posto dovrebbe essere preso dalla vice primo ministro Jadranka Kosor (con lui nella foto) che sarebbe la prima donna a guidare un governo in Croazia. Il parlamento croato dovrà decidere entro trenta giorni, altrimenti si andrà ad elezioni anticipate.
Sanader lascia la guida della Croazia in un momento di profonda crisi. Il PIL è calato del 6.7% nel primo trimestre del 2009 e le proiezioni gettano ombre pesanti sul turismo estivo, una delle principali risorse del paese. La Croazia non ha mai vissuto una crisi economica così forte dai tempi della guerra del 1991.
Sanader, nativo di Spalato, prese le redini dell'Unione Democratica Croata nel 2000, dopo la morte del nazionalista Franjo Tudjman. Sotto la sua guida il partito ha subito una profonda trasformazione, avvicinandosi ai partiti conservatori europei. Nella decisione del premier ha certamente giocato un ruolo il ritardo nei negoziati per l'ingresso in Europa, che anche oggi Sanader ha dichiarato essere causa dei "ricatti" della Slovenia (vedi post di qualche giorno fa).
Complimenti presidente
Wittgenstein riprende da Un posto dove appendere il cappello, il blog di Lorenzo Cairoli, la lista dei soli undici capi di stato che si sono complimentati con Ahmadinejad per la rielezione in Iran. Eccoli, proprio una bella squadretta:1) Il re dell’Oman
2) Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan
3) Emomali Rahmonov, presidente del Tagikistan
4) Hugo Chávez, presidente del Venezuela
5) Serzh Sargsyan, presidente dell’Armenia
6) Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan
7) Dmitry Medvedev, presidente della Russia
8 Recep Tayyip Erdoğan, primo ministro della Turchia
9) Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaigian
10) l’Emiro del Qatar
11) Hu Jintao, presidente della Cina
Il blog di Cairoli è una insuperabile fonte di informazioni su quanto sta accadendo in Iran, complimenti a lui per l'impegno e la competenza.
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