Forti venti da sud stanno trasportando dal nord Africa in Europa la polvere del Sahara (nella mappa sopra la situazione di oggi). La densità maggiore sarà in Italia e nei Balcani. Il fenomeno andrà avanti almeno fino a domenica (mappa sotto).
I venti meridionali portano anche un forte rialzo delle temperature: ieri a Palermo sono stati registrati 39.4°C, record assoluto per l'Italia nel mese di maggio.
Dal 1 gennaio la Croazia è presidente di turno del Consiglio Europeo, per la prima volta. La Croazia è stata l'ultima nazione ad entrare nella UE, era il 1 luglio 2013. Da allora le porte di Bruxelles non si sono più aperte, e non lo faranno ancora per un bel pezzo.
Da oggi la Croazia ha anche un nuovo presidente. Il socialista Zoran Milanović (53) ha sconfitto al ballottaggio la presidente uscente Kolinda Grabar-Kitarović (51), alleata in Europa con il PPE. L'esito del ballottaggio era molto incerto e la vittoria di Milanović rappresenta una per ora unica inversione di tendenza nei paesi dell'Europa orientale, da anni dominati da populisti e conservatori.
Sempre nel 2020, probabilmente a dicembre, in Croazia si svolgeranno anche le elezioni per rinnovare il parlamento. Entro l'anno è anche previsto l'ingresso della Croazia nell'area Schengen. Insomma, quest'anno molte cose succedono nella repubblica della ex Yugoslavia che noi italiani tendiamo a identificare con la costa della Dalmazia, ma che spazia fino al Danubio.
La presidenza di turno croata crea grandi aspettative nei paesi del Balcani che hanno avviato il processo di ingresso nell'Unione Europea. Serbia e Montenegro hanno avviato i negoziati da anni, mentre Nord Macedonia e Albania hanno subito il brusco stop dell'ultimo Consiglio Europeo, quando Olanda, Danimarca e soprattutto Francia hanno bloccato l'apertura formale dei negoziati con Skopje e Tirana. Nell'agenda del semestre di presidenza croato spicca un EU - Western Balkans Summit in programma il prossimo 7 maggio.
Giovedì prossimo la presidente Ursula von der Leyen e un gruppo di commissari saranno a Zagabria in visita ufficiale.
"Sono più che scettico nei confronti di coloro che sostengono che il futuro dell'Europa siano futuri allargamenti, visto che non siamo in grado di trovare un accordo tra 28 nazioni". Queste parole, pronunciate lunedì scorso da Emmanuel Macron dopo il primo fallito vertice sulle nomine europee, hanno gelato le speranze dei paesi balcanici che hanno chiesto l'ingresso nell'Unione Europea. Il fatto che i quattro di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cekia e Slovacchia) con il supporto dell'Italia abbiano bloccato la prima proposta che vedeva Timmermans a capo della Commissione ha innervosito molto il presidente francese, che teme che l'ingresso di nuovi membri complichi ulteriormente le scelte politiche.
Montenegro e Serbia hanno già aperto ufficialmente i negoziati con Bruxelles, rispettivamente nel 2012 e nel 2014. Albania e Nord Macedonia, dopo la richiesta di accesso, sperano in una decisione positiva dal Consiglio Europeo, decisione che era attesa entro giugno e che ora è stata promessa entro il prossimo ottobre, cioè prima della scadenza della Commissione Juncker. La Macedonia del Nord è candidata dal lontano 2005, ma la trattativa era stata interrotta fino alla risoluzione della disputa con la Grecia sul nome del paese. L'Albania si è formalmente candidata nel 2014. Bosnia e Kosovo sono ancora molto indietro.
Le parole di Macron sono state smentite dal Commissario all'Allargamento Johannes Hahn e da Angela Merkel in occasione del Western Balkans Summit che si è svolto giovedì e venerdì scorso a Poznan, in Polonia. "Condivido l'opinione di Macron sulla necessità di modificare le nostre procedure decisionali - ha detto Merkel - ma non credo che questa esigenza debba bloccare i negoziati per l'accesso". Aggiungendo anche: "Come sappiamo il processo di adesione dura molto a lungo, e abbiamo tutto il tempo di rivedere i nostri meccanismi".
Quanto peserà la posizione di Macron lo vedremo nei prossimi mesi. Per approvare l'apertura dei negoziati con paesi candidati serve l'unanimità del Consiglio Europeo. Sembra difficile che la Francia arrivi fino alla decisione drastica di porre il proprio veto, alla luce della posizione della Germania e di molti altri paesi europei, tra i quali tutto il blocco orientale con in testa la Polonia.
Il Summit di Poznan è stato l'evento annuale del Processo di Berlino, l'iniziativa diplomatica europea centrata sull'allargamento dell'Unione ai paesi dei Balcani. A Poznan erano presenti, oltre a Merkel, Theresa May e il primo ministro francese Edouard Philippe. L'Italia ancora una volta assente, malgrado la vicinanza e i rapporti di collaborazione con le nazioni balcaniche, con le quali il nostro paese collabora anche nell'ambito della Macroregione Adriatico-Ionica. Anche l'informazione nazionale ha seguito distrattamente l'evento di Poznan e le dichiarazioni di Macron.
La piccola repubblica del Kosovo ha poco più di 1,8 milioni di abitanti ma oltre 12 miliardi di tonnellate di lignite nel suo sottosuolo, la quinta riserva più grande del mondo. La lignite è il carbone più sporco e inquinante, molto umido e di basso potere calorico. Insomma, il carbone peggiore del mondo. La bassa intensità energetica della lignite e il suo alto peso specifico, dovuto al tasso di umidità, lo rendono un materiale antieconomico per lunghi trasporti. Deve essere bruciato vicino alle miniere, ed è quello che fa il Kosovo, e che continuerà a fare.
Attualmente il 90% dell'energia del Kosovo provenie da due obsolete centrali a lignite: Kosova A (foto sopra), che risale al 1962, e Kosova B, costruita nel 1983. Kosova A è considerata la centrale elettrica più inquinante d'Europa. Lo scorso dicembre la capitale Pristina ha raggiunto il triste record di città più inquinata del mondo, superando le metropoli asiatiche.
La scorsa settimana, a conclusione di una complessa gara di costruzione e gestione, il governo del Kosovo ha annunciato l'affidamento dei lavori per una nuova centrale elettrica ad un consorzio guidato da General Electric. Alla gara avevano partecipato altri raggruppamenti di Cina, Corea, Giappone, Turchia e Spagna. La centrale costerà più di un miliardo di Euro e produrrà 500 Megawatt. Sarà alimentata sempre a lignite e dovrà sostituire la famigerata Kosova A. La Banca Mondiale si era rifiutata di finanziare il progetto, coerente alla propria linea di non fornire più sussidi ai combustibili fossili, offrendo in cambio di partecipare alla costruzione di impianti fotovoltaici, eolici e a centrali di stoccaggio. Il governo di Pristina sembra abbia trovato altre fonti di finanziamento in fondi privati di investimento. Quanto alle critiche per un sistema di produzione di energia che resta ancorato alla lignite, il Kosovo replica affermando che la nuova centrale abbatterà le emissioni di polveri del 93%, quelle di ossido di zolfo del 85%, quelle di ossido di azoto del 93%. Ma le emissioni di CO2, secondo i dati diffusi dal governo, scenderanno solo del 38%.
Oggi in Macedonia del Nord si vota per il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Alle 13 l'affluenza era del 20.5 per cento. I seggi sono aperti fino alle 19 (scelta da paese civile) e la consultazione sarà valida con un quorum minimo del 40 per cento. La Macedonia del Nord ha poco più di due milioni di abitanti.
Al primo turno l'affluenza è stata del 41,8% e i due candidati che si contendono la presidenza hanno ricevuto quasi gli stessi consensi: 44.78% per il socialdemocratico e rappresentante della maggioranza di governo Stevo Pendarovski (56) e 44.16% per la leader dell'opposizione nazionalista Gordana Siljanovska-Davkova (63). Escluso dal ballottaggio Blerim Reka, il candidato sostenuto da due partiti della minoranza albanense, che aveva ottenuto l'11.1%.
La Macedonia del Nord è una repubblica parlamentare e il ruolo del presidente è essenzialmente cerimoniale, anche se ha qualche potere di veto sulle proposte legislative. Tuttavia una eventuale vittoria dell'opposizione potrebbe portare ad elezioni anticipate. Se il quorum non sarà raggiunto il ballottaggio dovrà essere ripetuto.
Ieri a Berlino si è svolto un summit informale sui Balcani, convocato da Angela Merkel e Emmanuel Macron. Non si trattava dell'ufficiale vertice del Processo di Berlino, che quest'anno si svolgerà in luglio a Poznań, in Polonia, ma di un incontro centrato sullo sblocco delle relazioni tra Serbia e Kosovo, in stallo da tempo. Al vertice hanno partecipato i presidenti e capi di stato dei sei paesi balcanici che hanno avviato il processo di adesione all'Unione Europea: Serbia, Montenegro, Albania, Nord Macedonia, Bosnia-Herzegovina, e Kosovo. Le prime quattro sono già formalmente candidate e Serbia e Montenegro hanno avviato i negoziati con Bruxelles. Alla cena ufficiale erano presenti anche Slovenia e Croazia, già membri dell'Unione.
I rapporti tra Serbia e Kosovo sono complessi: Belgrado non ha mai riconosciuto l'indipendenza del Kosovo, dichiarata unilateralmente nel 2008 dalla regione musulmana dell'ex Yugoslavia. La posizione serba è rafforzata da quella di altri paesi come Spagna e Russia, che a loro volta non hanno riconosciuto il Kosovo per il timore di ravvivare pulsioni indipendentiste al proprio interno. La situazione è precipitata lo scorso anno, quando la Serbia ha posto il veto all'ingresso del Kosovo nell'UNESCO e nell'Interpol. Pristina ha risposto duramente imponendo dazi del cento per cento sulle importazioni dalla Serbia.
L'esito del summit, nel corso del quale ci sono stati anche incontri bilaterali dei leader balcanici con Federica Mogherini, è moderatamente positivo. Un portavoce del governo tedesco ha dichiarato stamattina che il presidente serbo Tucic e il kosovaro Thaci hanno concordato di "proseguire nell'intento di attuare gli accordi esistenti in un dialogo costruttivo". La questione dei dazi non è stata citata, nè quella delle minoranze etniche che una proposta americana vorrebbe risolvere con uno scambio di territori, trasferendo l'area dell'enclave albanese attualmente in Serbia in Kosovo, in cambio dello spostamento di confine che porterebbe la zona che ospita la minoranza serba kosovara sotto il controllo di Belgrado.
Nel frattempo il Commissario Europeo all'Allargamento Hahn ha dichiarato che raccomanderà l'apertura formale dei negoziati di ingresso con Albania e Nord Macedonia, con l'obiettivo di avviarli entro la fine di maggio. L'Albania, secondo Hahn, ha attuato riforme importanti, particolarmente nel settore giudiziario, anche se sono urgenti progressi nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. La Nord Macedonia ha finalmente risolto l'annosa disputa con la Grecia sul nome della nazione, che aveva di fatto bloccato i negoziati con Bruxelles.
Dai tavoli di negoziazione è totalmente assente l'Italia, che pure gioca da sempre un ruolo centrale nella regione adriatico-balcanica. La Macroregione Adriatico-Ionica, che comprende tutti gli otto paesi presenti ieri a Berlino e svolgerà il suo Forum il 6-8 maggio a Budva, in Montenegro, è stata fortemente promossa dall'Italia. L'Iniziativa Adriatico Ionica, fondata nel 2000 su impulso del governo italiano, ha la sua sede permanente ad Ancona. Ma la politica estera dell'attuale governo non brilla per iniziativa e proposte, con la conseguenza di ridurre fortemente l'influenza italiana in una regione in forte crescita e al centro della strategia di allargamento dell'Unione Europea.
Da oggi la Former Yugoslavian Republic of Macedonia, conosciuta con l'acronimo FYROM, si chiama ufficialmente Macedonia del Nord. Il cambio del nome è sancito dalla pubblicazione nella gazzetta ufficiale della repubblica di Skopje e da domani saranno sostituiti i cartelli ai confini del paese, a cominciare naturalmente da quelli con la Grecia.
L'ufficializzazione del nuovo nome conclude una disputa quasi trentennale con la Grecia, che ha a lungo rivendicato il toponimo "Macedonia" come patrimonio esclusivo. La Nord Macedonia, già regione della Yugoslavia, ha una popolazione composta da slavi, bulgari e albanesi. L'alfabeto è cirillico. La religione prevalente è quella cristiana ortodossa, ma il trenta per cento dei macedoni è musulmano.
L'accordo siglato qualche mese fa, che ha messo a rischio il governo greco di Alexis Tsipras, prevede che nella costituzione macedone venga inserito un articolo che definisca esplicitamente che la Nord Macedonia non ha nulla a che fare con la discendenza di Alessandro il Grande. I greci però lamentano che i leader macedoni, dopo la firma dell'accordo che ha dato il via libera al cambio di nome, si riferiscano pubblicamente al proprio paese con il nome di Macedonia, "dimenticandosi" il nord. A loro volta molti macedoni non hanno gradito la concessione della definizione "Nord" fatta alla Grecia.
Sempre oggi il parlamento albanese ha approvato l'ingresso della Macedonia del Nord nella Nato.
La Grecia lo aveva già fatto venerdì scorso, con un voto parlamentare di 153 a 140. La procedura Nato prevede il benestare di
tutti i paesi che fanno parte dell'alleanza atlantica e non dovrebbe
concludersi prima della fine dell'anno. Tuttavia già oggi una bandiera
NATO sventola sul palazzo presidenziale di Skopje. La nuova denominazione riaprirà anche i negoziati per l'ingresso nell'Unione Europea, in stallo da anni per l'opposizione greca.
Ora la piccola Nord Macedonia (due milioni di abitanti) ha cinque anni di tempo per adeguare la struttura statale alla nuova denominazione: segnali stradali, targhe auto, passaporti, documenti ufficiali, ecc. In un post su Twitter il premier socialdemocratico Zoran Zaev ha scritto: "Lunga vita alla Repubblica della Macedonia del Nord".
Иднината веќе не ни е судбина. Успеавме! Нашата татковина е на вистинскиот пат. Стануваме 30-тата полноправна членка на #NATO. Стануваме безбедна земја. Ова е нова страница во нашата историја.
Oggi a New York il ministro degli esteri greco Nikis Kotzias incontrerà il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. In agenda c'è l'annoso problema del nome della repubblica di Macedonia, indipendente dal 1991 dopo la divisione della Yugoslavia. La Macedonia fa parte delle Nazioni Unite dal 1993 ed è definita con l'acronimo FYROM (Former Yugoslavian Republic Of Macedonia).
Da 25 anni la Grecia rifiuta l'ipotesi che la repubblica di Skopje possa chiamarsi Macedonia, nome della regione greca di Salonicco. Le Nazioni Unite nel 1999 hanno nominato un negoziatore, Matthew Nimetz, che da quasi venti anni lavora per trovare una soluzione. Lo scorso gennaio Nimetz ha proposto cinque possibili nomi per lo stato della ex Yugoslavia. I nomi erano Republika Nova Makedonija (Repubblica della Nuova Macedonia), Republika Severna
Makedonija (Repubblica della Macedonia del Nord), Republika Gorna Makedonija
(Repubblica della Macedonia Superiore), Republika Vardarska Makedonija (Repubblica di Vardar Macedonia) e Republika Makedonija Skopje.
Nessuno di questi sembra gradito al governo di Atene. Il premier Tsipras ha fatto delle aperture ma il leader della minoranza di governo, il populista di destra e ministro della difesa Kammenos, non sembra sentire ragioni. Anche l'ultima proposta di "Ilindenska Makedonija" è stata bocciata. Secondo Kammenos la repubblica di Skopje non può avere un nome composto in cui compaia la parola Macedonia.
Lo stallo pesa sul ruolo internazionale di FYROM, che si è candidata all'ingresso nell'Unione Europea e nella Nato, ma che non sarà riconosciuta fino a quando la Grecia, che fa parte di ambedue, non toglierà il suo veto. Lunedì scorso Angela Merkel ha telefonato ad Alexis Tsipras e al primo ministro macedone Zoran Zaev, sollecitando un accordo. Domani è previsto un incontro a tre tra il mediatore ONU Nimetz e i ministri degli esteri Kotzias (Grecia) e Dimitrov (Macedonia).
La regione geografica della Macedonia comprende anche parti di Bulgaria, Albania, Serbia e alcune piccole aree in Kosovo (mappa sotto). Sostenibilitalia segue da tempo la questione. Altri post sono stato pubblicati lo scorso febbraio e nel novembre 2010.
La Macedonia, indipendente dal 1991, fu la prima nazione dei Balcani a sottoscrivere l'accordo di associazione con l'Unione Europea, nel lontano 2001. Nel 2005 Bruxelles ha accettato l'apertura dei negoziati ma da allora la situazione è rimasta in stallo, a causa della ferma opposizione della Grecia che non ha mai accettato che l'ex repubblica yugoslava possa avere il nome Macedonia, che sarebbe un doppione della regione greca che ha come capitale Salonicco.
Così il nome ufficiale della Macedonia è rimasto FYROM (Former Yugoslavian Republic of Macedonia) e i negoziati di accesso alla UE non sono mai iniziati, anche se FYROM è membro effettivo delle Nazioni Unite dal 1993. Ora finalmente le cose potrebbero cambiare. Ieri il primo ministro Zoran Zaev (nella foto sopra con il Commissario Europeo all'allargamento Hahn) ha annunciato che il paese è pronto a rinunciare al proprio nome. La denominazione alternativa potrebbe essere Macedonia del Nord o Nuova Macedonia.
Altri dettagli infastidiscono la Grecia, come il fatto che la principale autostrada e l'aeroporto della capitale macedone siano intitolati ad Alessandro Magno. Zaev ha annunciato che l'aeroporto sarà chiamato Aeroporto Internazionale di Skopje e la via di comunicazione diventerà Autostrada dell'Amicizia.
Domenica scorsa ad Atene una imponente manifestazione aveva confermato la volontà greca di non cedere all'esproprio del nome Macedonia. Secondo la polizia i partercipanti erano 140.000, secondo gli organizzatori un milione e mezzo.
Ieri, ai margini del Forum di Davos, il presidente dell'Albania Edi Rama ha dichiarato il suo ottimismo sull'apertura dei negoziati per l'accesso all'Unione Europea entro il 2018. L'Albania è stata formalmente accettata come paese candidato nel 2014 (lo aveva chiesto nel 2009). Nei Balcani altre tre nazioni sono candidate: la Macedonia dal 2005, il Montenegro dal 2010 e la Serbia dal 2012. Montenegro e Serbia hanno aperto i negoziati con Bruxelles rispettivamente nel 2012 e 2014. La Macedonia resta in stallo per la annosa disputa con la Grecia sul nome dello stato, che formalmente è denominato FYROM (Former Yugoslavian Republic Of Macedonia).
Secondo il presidente Rama "L'Unione Europea non può dormire sonni tranquilli con i Balcani fuori della porta". Rama sostiene che le riforme costituzionali attuate, le riforme sulla giustizia, la lotta al crimine e alla corruzione e gli altri interventi richiesti da Bruxelles permettono l'inizio dei negoziati ufficiali. L'attuale semestre europeo di presidenza bulgara potrebbe essere il momento per la decisione, che deve essere ratificata dai capi di stato del Consiglio Europeo.
Il 25 marzo si è chiusa la prima call del programma INTERREG Adrion. Sono stati presentati 376 progetti, la grande maggioranza nei due assi dedicati alla sostenibilità e alla tutela dei beni culturali e ambientali. Gli enti coinvolti sono quasi tremila e l'Italia guida con duecento progetti presentati da un lead partner nazionale.
Dopo le pesanti misure messe in atto dall'Ungheria il flusso dei migranti che risale l'Europa attraverso Grecia, Macedonia e Serbia si dirige adesso in Croazia. Secondo UNHCR ieri più di mille persone erano alla disperata ricerca di un autobus a Bapska, al confine tra Serbia e Croazia. La Croazia ha chiuso la frontiera con la Serbia, vietando l'ingresso a persone, auto e mezzi commerciali. La decisione è stata presa dopo che la Serbia aveva vietato l'ingresso a tutti i mezzi commerciali e i camion provenienti dalla Croazia. La Serbia accusa la Croazia di bloccare il passaggio dei migranti e il primo ministro di Belgrado Aleksandar Vucicha chiesto a Zagabria di risolvere la situazione entro stamattina. La Croazia ha chiuso tutti i varchi di confine ad eccezione di quello di Bajakovo, sulla strada che collega direttamente le capitali Zagabria e Belgrado. Nell'ultima settimana più di 45.000 migranti sono entrati in Croazia dalla frontiera serba.
La Commissione Europea annunciata ieri da Jean-Claude Juncker avrà sei vicepresidenti "trasversali" che si occuperano di temi che coinvolgono più direzioni generali (il settimo vicepresidente è Federica Mogherini). Uno dei sei vicepresidenti è la slovena Alenka Bratušek, alla quale Juncker ha affidato la delega dell'Unione Energetica. Che significa Unione Energetica? Juncker ha già accorpato Clima ed Energia in una sola delega (con Barroso i Commissari erano due, rispettivamente Hedegaard e Oettinger). Anche Ambiente e Affari Marittimi sono stati accorpati in una unica direzione. Secondo Juncker la vicepresidenza alla Unione Energetica dovrà "dirigere e coordinare" il lavoro di dipartimenti quali Clima, Energia, Trasporti, Ambiente e Affari Marittimi. Senza trascurare le conseguenze economiche delle scelte di politica energetica. Il compito di Alenka Bratušek quindi non sembra semplice. Bratušek (44) ha una storia politica breve. Candidata non eletta alle parlamentari del 2008, cambia partito e si ripresenta nel 2011, questa volta con sucesso. Nel 2013 viene eletta premier, prima donna nella storia della giovane repubblica slovena. Quest'anno però si dimette, dopo essere stata messa in minoranza dal suo partito (ma è ancora in carica). Al suo posto subentrarà come premier il professore di diritto Miro Cerar (51), votato dal parlamento sloveno lo scorso 25 agosto dopo avere vinto le elezioni dello scorso maggio con un partito personale fondato appena cinque settimane prima del voto. Cerar, che alle elezioni ha ricevuto un lusinghiero 34.5% e 36 seggi, può contare su una maggioranza di 52 deputati sui 90 del parlamento. Anche Alenka Bratušek si era presentata alle elezioni di maggio con un proprio partito personale, raccogliendo però solo un 4.4% e 4 seggi. Bratušek è stata scelta da Juncker in una terna di nomi proposti dal governo della stessa Bratušek. Gli altri due erano la parlamentare europea PSE Tanja Fajon (43) e il leader del Partito dei Pensionati Karl Erjavec (54), ministro degli esteri uscente. La scelta di Juncker è stata motivata dal suo disperato bisogno di donne nell'esecutivo e dall'appartenenza di Bratušek al gruppo liberale ALDE, anch'esso sottorappresentato nella Commissione. Molti hanno criticato aspramente la scelta di Bratušek di autonominarsi.
#Albania congratulations on candidate status just agreed by Ministers: acknowledgement of reform efforts,encouragement for more.
— Štefan Füle (@StefanFuleEU) June 24, 2014
Oggi il Consiglio Europeo ha approvato il rapporto della Commissione e ha deciso di nominare l'Albania paese ufficialmente candidato ad entrare nell'Unione Europea (comunicato ufficiale). L'Albania aveva inoltrato la richiesta nel 2009, ma Bruxelles la aveva bocciata tre volte prima del parere positivo odierno. Il Commissario all'Allargamento Fule si è congratulato con il tweet qui sopra.
Precipitazioni così abbondanti non si sono mai registrate in 120 anni, cioè da quando si registrano dati meteorologici. Serbia e Bosnia sono allagate, la Morava, la Bosna e altri corsi d'acqua hanno sfondato gli argini. I morti sono almeno cinque, gli evacuati migliaia.
Da oggi i cittadini della Moldavia in possesso di un passaporto biometrico possono entrare nell'Area Schengen senza un visto di ingresso. Lo ha confermato ieri in una nota il Commissario per gli Affari Interni Cecilia Malmström. Negli ultimi anni l'Europa rilasciava circa 50.000 visti l'anno ai cittadini moldavi.L'Area Schengen comprende 26 paesi dell'Unione Europea, oltre a
Norvegia, Liechtenstein, Svizzera e Islanda (anche se Croazia, Bulgaria, Romania e Cipro sono ancora nello status di candidate). Solo Gran Bretagna e Irlanda non ne fanno parte. La decisione di aprire alla Moldavia i confini dell'Europa era stata presa da tempo, ma che il passo formale sia messo in atto proprio nel corso della crisi in Ucraina non sembra casuale e non farà certo piacere alla Russia. Peraltro fonti di Bruxelles hanno precisato che la libera circolazione è permessa a tutti i Moldavi, compleso il mezzo milione di abitanti della Transnistria, regione al confine con l'Ucraina che dal 1990 si è autoproclama indipendente e lo scorso 18 marzo dopo i fatti di Crimea ha chiesto l'annessione alla Russia.
Martedì scorso sono iniziati i negoziati ufficiali tra la Serbia e l'Unione Europea per l'ingresso di Belgrado nella UE. La delegazione Serba a Bruxelles era guidata dal primo ministro Ivica Dacic. La roadmap indicata da Belgrado vorrebe la conclusione dei 35 protocolli negoziali entro il 2018 e l'ingresso a pieno titolo della Serbia nell'Unione per il 2020, in tempo per essere inserita nel prossimo settennato economico europeo 2021-2027. Sei anni per molti osservatori non basteranno: la Croazia, entrata sei mesi fa come 28° stato membro, ne ha impiegati quasi dieci.
L'economia serba sta lentamente migliorando. Dopo anni di recessione per il 2014 è attesa una crescita sopra l'uno per cento. Il debito pubblico è al 60% del PIL, ma la disoccupazione supera il venti per cento, con il salario medio fermo a 400 Euro.
Sui negoziati pesa la questione del Kosovo, che nel 2008 ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza da Belgrado. La stessa Europa deve ancora risolvere il problema, visto che cinque paesi (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna) non hanno riconosciuto il governo di Priština o Приштина, come si scrive appunto in serbo. Neppure la Bosnia-Herzegovina lo ha fatto, per l'opposizione della fazione serba. Ad oggi 107 paesi hanno riconosciuto il Kosovo (l'ultimo è stato Tonga, dieci giorni fa), dove vivono 120.000 serbi concentrati nel nord del paese e affatto integrati con la maggioranza di etnia albanese. Lo scorso aprile, dietro la spinta dell'Europa, un primo incontro tra Serbia e Kosovo ha portato a garanzie di maggiore autonomia per la minoranza serba in cambio del riconoscimento dell'autorità del governo kosovaro. Tra gli elementi negativi c'è poi da registrare la generica ostilità della maggior parte degli europei all'ulteriore allargamento dell'Unione (52% per cento contro e 37% a favore, secondo l'ultima rilevazione di Eurobarometer dello scorso autunno). Con l'apertura ufficiale dei negoziati la Serbia precede la Macedonia, ancora bloccata dall'ostilità della Grecia, e segue il Montenegro, che ha avviato le trattative con la Commissione Europea nel 2012.
Molto bello l'articolo di Paolo Conti sul Corriere che racconta la storia e la visione di Edi Rama, nuovo premier dell'Albania. Nella foto Edi Rama, allora sindaco di Tirana, e la sociologa urbana Saskia Sassen con me sul palco della Biennale Europea degli Urbanisti a Copenhagen nel 2005.