
L’Italia cresce, ed è sempre più arrabbiata. La disoccupazione
diminuisce, e il risentimento aumenta. L’occupazione migliora, e
l’indignazione si moltiplica. Il numero di sbarchi crolla, e la paura
degli sbarchi si dilata. I delitti calano, gli omicidi calano, i furti
calano, i femminicidi calano, le rapine calano, gli omicidi calano, e
l’insicurezza aumenta. La stragrande maggioranza degli italiani si
dichiara molto soddisfatta della vita che conduce e la stragrande
maggioranza degli italiani dichiara di coltivare un forte sentimento di
rancore. La percentuale di stranieri in Italia è di otto persone ogni
cento e il settanta per cento degli italiani è convinto che siano almeno
il doppio. Nell’Italia delle fake news, delle bufale, delle
cialtronate, del virale che conta più del reale, dei bambini morti su
una spiaggia che vengono descritti come se fossero bambolotti, più
passano i giorni, più si accavallano i dati, più si sommano le
statistiche e più risulta sempre più evidente quello che in pochi
vogliono vedere: la post verità di solito nasce con la distruzione del
principio di realtà e quando un paese non riesce a mettere il principio
di realtà su un piedistallo più alto rispetto a quello della demagogia
quel paese è destinato a essere governato da un agenda che risulta
essere un mix di rancore e di fuffa.
L’Italia di oggi, se
vogliamo, è tutta nei dati del Censis della scorsa settimana – i reati
sono in calo, meno 10,2 per cento nell’ultimo anno, ma nonostante questo
si moltiplicano paure e insicurezza. E’ tutta nei dati del Viminale di
ieri – il numero dei migranti sbarcati tra il primo gennaio 2018 e il 2
luglio 2018 è del 76,62 per cento inferiore rispetto al 2016 e
dell’80,51 per cento inferiore rispetto al 2017. E’ tutta nei dati
dell’Istat sempre sull’occupazione – a maggio gli occupati hanno
raggiunto il massimo storico di 23 milioni 382 mila unità, il tasso di
disoccupazione è sceso al 10,7 per cento ai minimi dal 2012. E’ tutta
nella grande contraddizione in cui si trova oggi il paese governato da
Salvini e Di Maio: due forze politiche che hanno tarato la propria
offerta elettorale più sul percepito che sul reale (“Always predict the
worst and you’ll be hailed as a prophet”, cantava il musicista americano
Tom Lehrer) e che ora di fronte a un’Italia che va meglio di quanto è
stato raccontato sanno che il rischio che corrono è non riuscire a fare
meglio dei predecessori.
Quando un paese si ritrova a essere
governato dai professionisti della percezione, e dagli algoritmi del
rancore, quel paese rischia di avere politici interessati a occuparsi
più della forma che della sostanza, più della fuffa che della realtà,
più dei problemi inventati che dei problemi reali. Ma quando un paese si
ritrova a essere governato più dal virale che dal reale – e quando cioè
un paese viene messo nelle condizioni di osservare il mondo non per
quello che è ma per quello che sembra – il problema non riguarda più
solo la politica. Riguarda prima di tutto uno spazio che dovrebbe essere
cruciale per ogni democrazia: l’esistenza o meno di una opinione
pubblica. La ragione per cui l’Italia tende più di altri paesi in Europa
a considerare come potenziali verità diverse potenziali bugie – e tende
a considerare come potenziali falsità diverse potenziali verità – è il
frutto di un meccanismo perverso che si è andato a innescare nel nostro
tessuto democratico e che riguarda un fenomeno persino più grave
rispetto a quello delle fake news: la proliferazione delle bad news. La
storia la conoscete. Una notizia può essere considerata tale solo a
condizione che la notizia sia negativa.
Una buona notizia è
automaticamente una non notizia e a forza di considerare notizie degne
di essere trattate solo notizie che descrivono un problema siamo
arrivati ad avere un’opinione pubblica che ha certificato la sua
scomparsa nella misura in cui è diventata volontariamente o
involontariamente portavoce di unico sentimento: quello del rancore.
Gregg Easterbrook, autore di un formidabile saggio sull’ottimismo
pubblicato pochi mesi fa in America con la casa editrice Public Affairs
(“It’s Better Than It Looks: Reasons for Optimism in an Age of Fear”),
sostiene che una delle ragioni per cui le società moderne tendono a dare
poco peso alle buone notizie sia legata al paradosso del progresso: “As
life gets better, people feel worse”. Più le cose vanno bene e più le
persone tenderanno ad accorgersi della propria felicità solo quando
staranno per perderla. Nell’Italia di oggi – dove il rischio descritto
da Easterbrook lo si corre più che in altri paesi europei – la fine
dell’opinione pubblica può essere messa a fuoco utilizzando diverse
lenti di ingrandimento. La più importante, e la più grave, è però quella
che impedisce di raccontare il mondo per quello che è per paura di
essere considerati veicoli di fake news. Se il cretino collettivo ha
deciso che il mondo è prossimo allo sfascio affermare il contrario non
significa opporre alla demagogia il principio di realtà, ma significa
negare la realtà virale, esponendosi all’assalto delle cavallette
digitali. La rinascita dell’opinione pubblica non passa solo dalla
capacità di reagire ai professionisti dello sfascio. Passa da qualcosa
di più rivoluzionario: cominciare a saper distinguere un fatto per
quello che è, e non per quello che sembra, e stanare senza pietà la
demagogia vuota di chi non ha altro strumento per governare un paese se
non quello della paura. E’ arrivato il momento di svegliarsi.