Visualizzazione post con etichetta Rassegna stampa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rassegna stampa. Mostra tutti i post

lunedì 17 febbraio 2020

James Taylor si racconta, e non è una storia allegra

Su The Guardian di oggi c'è una lunga intervista di Jenny Stevens a James Taylor (71). L'intervista immagino faccia parte della promozione del nuovo disco di Taylor, American Standard, che uscirà il 28 febbraio, ma del nuovo album si parla solo in un breve paragrafo. Il resto dell'intervista rivanga la gioventù di Taylor, partendo da un ricovero per nove mesi in un ospedale psichiatrico per depressione a 16 anni. Poi il periodo londinese, con il contratto con la Apple dei Beatles (erano i tempi di White Album) e l'inizio di un lungo rapporto di dipendenza con gli oppiacei. Quindi il trasferimento a Los Angeles, le cure disintossicanti, la storia con Joni Mitchell, il matrimonio con Carly Simon nel 1972.
Taylor parla a lungo della dipendenza dalle droghe, della difficoltà di uscirne, dell'astinenza che resta una sensazione fisica indelebile. L'intervista è autentica, sincera, malinconica.


lunedì 20 gennaio 2020

Presidenziali USA, ecco la scelta del New York Times

Ieri il New York Times ha pubblicato l'endorsement della sua redazione per le presidenziali USA, come fa ogni quattro anni. La novità è che questa volta i candidati - anzi, le candidate - sono due: Elizabeth Warren e Amy Klobuchar.

Mai come questa volta i candidati democratici alla Casa Bianca hanno programmi elettorali simili. Quindi - scrive il NYT - si tratta non di analizzare quello che vogliono, ma come intendono realizzarlo.
La scelta di Warren, scrive la redazione, deriva dalla sua capacità di esprimersi con chiarezza e di rappresentare al meglio l'anima più progressista dell'America. Il giornale analizza con attenzione anche la candidatura di Bernie Sanders, che viene scartata per l'età e le precarie condizioni di salute, ma soprattutto perché Sanders è un candidato troppo divisivo.
Se Elizabeth Warren è, con Sanders e Biden, una dei tre candidati leader, la scelta di Amy Klobuchar stupisce. La senatrice del Minnesota viaggia nei sondaggi tra il 3 e il 4 per cento, ma il NYT ricorda che anche John Kerry nel 2004 aveva queste percentuali, salvo poi vincere la nomination (poi perse 286 a 251 contro George W. Bush). Di Klobuchar il NYT apprezza l'empatia, l'approccio ecologista, l'attenzione ai giovani e la proposta di portare il salario minimo a 15 dollari l'ora. Secondo il giornale Klobuchar è la più affidabile tra i candidati democratici moderati.
Il Times ricorda come Donald Trump sia una minaccia per la democrazia, ma sottolinea anche come la sua visione sia condivisa da larga parte dell'elettorato americano. "Qualunque speranza di restituire unità all'America richiede modestia, la capacità di scendere a compromessi e il sostegno di tutti gli elementi che costituiscono la coalizione democratica: giovani e anziani, neri, ispanici e bianchi."
"Che vinca la migliore" conclude il New York Times.

sabato 28 settembre 2019

Davide Casaleggio NON parlerà all'ONU

Malgrado il titolone del Corriere Davide Casaleggio non parlerà alle Nazioni Unite. Non parlerà  in un evento ufficiale, né in una commissione, né tantomeno all'Assemblea Generale. Sara uno dei relatori di un side event organizzato dalla rappresentanza permanente italiana al palazzo di vetro.
In occasione dell'assemblea annuale e delle altre occasioni ufficiali alle Nazioni Unite vengono organizzati decine di eventi collarerali. Si tratta di incontri ristretti, spesso a invito, che si svolgono di solito nelle salette del piano interrato sotto l'ingresso secondario, quello da dove entrano anche i turisti per le visite guidate. A volte hanno luogo anche fuori dell'ONU, nelle sedi diplomatiche degli stati membri (i tedeschi ad esempio lo fanno spesso) o negli alberghi vicini, come il Millennium Hilton One UN Plaza.
Ai side event partecipano i rappresentanti della società civile, gli stakeholders, le imprese private e qualche raro delegato ufficiale dei paesi membri, spesso solo della nazione che organizza l'evento (in questo caso l'Italia). Le presenze in genere sono limitate a qualche decina di persone e si parla solo in inglese, a meno che chi organizza non paghi di tasca proria la simultanea. Insomma, niente di che.
Eppure la non-notizia, dopo l'uscita del Corriere della Sera, è stata rilanciata con risalto da molti media italiani e c'è pure chi ha avuto la voglia di commentarla politicamente. In realtà la comparsata di Casaleggio II al palazzo delle Nazioni Unite non ha alcuna valenza e annunciarla con questa pompa è assoltamente ridicolo.
Per dire, io ho partecipato a diversi side event all'ONU, come altri migliaia di ospiti nel corso degli anni. E sono anche intervenuto varie volte a nome delle Autorità Locali alle sessioni della Commissione Sviluppo Sostenibile, questo sì un evento ufficiale, davanti ai delegati di tutti i paesi membri. Ma mai mi permetterei di dire che "ho parlato all'ONU".


venerdì 31 agosto 2018

La popolarità di Trump crolla? Not really

Non stappate lo champagne. Non ancora, almeno. Il titolo dell'Ansa di un'ora fa segue il sensazionalismo dell'informazione italiana, ma è sostanzialmente falso. Ebbene sì, il sondaggio diffuso oggi dice che il 60% degli americani non approva Trump. Ma nell'articolo del Washington Post, la testata che ha commissionato l'indagine, è scritto che, vista la casualità del campione delle interviste, i risultati dimostrano solo una variazione marginale rispetto al precedente sondaggio che lo stesso Post aveva condotto lo scorso aprile, che indicava il disapprovement al 56 per cento.

martedì 3 luglio 2018

L'editoriale di oggi di Claudio Cerasa



L’Italia cresce, ed è sempre più arrabbiata. La disoccupazione diminuisce, e il risentimento aumenta. L’occupazione migliora, e l’indignazione si moltiplica. Il numero di sbarchi crolla, e la paura degli sbarchi si dilata. I delitti calano, gli omicidi calano, i furti calano, i femminicidi calano, le rapine calano, gli omicidi calano, e l’insicurezza aumenta. La stragrande maggioranza degli italiani si dichiara molto soddisfatta della vita che conduce e la stragrande maggioranza degli italiani dichiara di coltivare un forte sentimento di rancore. La percentuale di stranieri in Italia è di otto persone ogni cento e il settanta per cento degli italiani è convinto che siano almeno il doppio. Nell’Italia delle fake news, delle bufale, delle cialtronate, del virale che conta più del reale, dei bambini morti su una spiaggia che vengono descritti come se fossero bambolotti, più passano i giorni, più si accavallano i dati, più si sommano le statistiche e più risulta sempre più evidente quello che in pochi vogliono vedere: la post verità di solito nasce con la distruzione del principio di realtà e quando un paese non riesce a mettere il principio di realtà su un piedistallo più alto rispetto a quello della demagogia quel paese è destinato a essere governato da un agenda che risulta essere un mix di rancore e di fuffa.
L’Italia di oggi, se vogliamo, è tutta nei dati del Censis della scorsa settimana – i reati sono in calo, meno 10,2 per cento nell’ultimo anno, ma nonostante questo si moltiplicano paure e insicurezza. E’ tutta nei dati del Viminale di ieri – il numero dei migranti sbarcati tra il primo gennaio 2018 e il 2 luglio 2018 è del 76,62 per cento inferiore rispetto al 2016 e dell’80,51 per cento inferiore rispetto al 2017. E’ tutta nei dati dell’Istat sempre sull’occupazione – a maggio gli occupati hanno raggiunto il massimo storico di 23 milioni 382 mila unità, il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7 per cento ai minimi dal 2012. E’ tutta nella grande contraddizione in cui si trova oggi il paese governato da Salvini e Di Maio: due forze politiche che hanno tarato la propria offerta elettorale più sul percepito che sul reale (“Always predict the worst and you’ll be hailed as a prophet”, cantava il musicista americano Tom Lehrer) e che ora di fronte a un’Italia che va meglio di quanto è stato raccontato sanno che il rischio che corrono è non riuscire a fare meglio dei predecessori.
Quando un paese si ritrova a essere governato dai professionisti della percezione, e dagli algoritmi del rancore, quel paese rischia di avere politici interessati a occuparsi più della forma che della sostanza, più della fuffa che della realtà, più dei problemi inventati che dei problemi reali. Ma quando un paese si ritrova a essere governato più dal virale che dal reale – e quando cioè un paese viene messo nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra – il problema non riguarda più solo la politica. Riguarda prima di tutto uno spazio che dovrebbe essere cruciale per ogni democrazia: l’esistenza o meno di una opinione pubblica. La ragione per cui l’Italia tende più di altri paesi in Europa a considerare come potenziali verità diverse potenziali bugie – e tende a considerare come potenziali falsità diverse potenziali verità – è il frutto di un meccanismo perverso che si è andato a innescare nel nostro tessuto democratico e che riguarda un fenomeno persino più grave rispetto a quello delle fake news: la proliferazione delle bad news. La storia la conoscete. Una notizia può essere considerata tale solo a condizione che la notizia sia negativa.
Una buona notizia è automaticamente una non notizia e a forza di considerare notizie degne di essere trattate solo notizie che descrivono un problema siamo arrivati ad avere un’opinione pubblica che ha certificato la sua scomparsa nella misura in cui è diventata volontariamente o involontariamente portavoce di unico sentimento: quello del rancore. Gregg Easterbrook, autore di un formidabile saggio sull’ottimismo pubblicato pochi mesi fa in America con la casa editrice Public Affairs (“It’s Better Than It Looks: Reasons for Optimism in an Age of Fear”), sostiene che una delle ragioni per cui le società moderne tendono a dare poco peso alle buone notizie sia legata al paradosso del progresso: “As life gets better, people feel worse”. Più le cose vanno bene e più le persone tenderanno ad accorgersi della propria felicità solo quando staranno per perderla. Nell’Italia di oggi – dove il rischio descritto da Easterbrook lo si corre più che in altri paesi europei – la fine dell’opinione pubblica può essere messa a fuoco utilizzando diverse lenti di ingrandimento. La più importante, e la più grave, è però quella che impedisce di raccontare il mondo per quello che è per paura di essere considerati veicoli di fake news. Se il cretino collettivo ha deciso che il mondo è prossimo allo sfascio affermare il contrario non significa opporre alla demagogia il principio di realtà, ma significa negare la realtà virale, esponendosi all’assalto delle cavallette digitali. La rinascita dell’opinione pubblica non passa solo dalla capacità di reagire ai professionisti dello sfascio. Passa da qualcosa di più rivoluzionario: cominciare a saper distinguere un fatto per quello che è, e non per quello che sembra, e stanare senza pietà la demagogia vuota di chi non ha altro strumento per governare un paese se non quello della paura. E’ arrivato il momento di svegliarsi.

venerdì 29 dicembre 2017

Le bombe che esplodono in Yemen sono italiane

Il New York Times ha diffuso un servizio che documenta come le bombe sganciate sullo Yemen dagli aerei dell'Arabia Saudita sono prodotte in Italia, dall'azienda RWM a Domusnovas, in Sardegna. La legge italiana vieta l'esportazione di armi a paesi che sono impegnati in conflitti.

mercoledì 20 dicembre 2017

"Riportare a casa gli elettori"? Casa di chi?

Il titolo dell'intervista di Massimo Franco a Pietro Grasso pubblicata oggi sul Corriere della Sera non è felice. I voti non sono Lassie e l'idea di "riportarli a casa" è irritante, anche perché i voti non appartengono a nessuno. Il linguaggio è molto bersaniano, segue il concetto giudiziario di "appropriazione indebita" con il quale la vecchia "ditta" ha sempre bollato il cambio del gruppo dirigente del Partito Democratico.
L'intervista è interessante da leggere. Segna la prima vera uscita politica del Presidente del Senato in carica, molto più incisiva del generico discorso buonista formulato a Roma il giorno della candidatura.
L'impressione è che Grasso non abbia capito bene su cosa sarà centrata la prossima campagna elettorale. E come si giocherà. La frase che lascia più perplessi è questa:
Lei non è uomo da duelli televisivi duri. Parteciperà ai confronti in tv?
«Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Non mi interessa affascinare, né scontrarmi secondo logiche che non mi appartengono. La mia idea di politica non è la battaglia televisiva ma presentare la soluzione dei problemi. Se è necessario parteciperò ai confronti ma non amo gli scontri. Io voglio partire dai valori di sinistra con un progetto che guardi ben oltre le elezioni».
Come dire: io sono per bene, un ex magistrato retto e probo. I voti li prenderò con queste doti. E tralasciamo il tirare in ballo "la soluzione dei problemi" che sembra francamente una eccessiva deriva di autostima. I voti oggi si prendono con le felpe, con i vaffa, con le sparate sull'Euro e gli immigrati. Si prendono con l'inevitabile esposizione mediatica, con la capacità di sintesi televisiva, con la reattività del confronto social. Grasso dice che l'importante sono "i valori". Auguri.


domenica 4 giugno 2017

Sconfitta della Juventus, ecco le prime pagine

Interessante esaminare le prime pagine dei quotidiani sportivi dopo la sconfitta della Juve nella finale di Champions. La milanese Gazzetta dello Sport, che è anche il primo giornale sportivo d'Italia, titola con sobrio rammarico "Maledizione!" non mancando di sottolineare che la Juventus è naufragata nel secondo tempo. Tuttosport, quotidiano di Torino, non riporta nemmeno il risultato e preferisce ricordare i fasti del recente passato piuttosto che raccontare la sconfitta. Un po' come faceva il cinegiornale Luce ai tempi del fascismo. All'opposto il romano Corriere dello Sport sceglie un cubitale Che crollo!". Sembra di vedere il titolista con la foto di Totti sul salvaschermo del PC che ride sotto i baffi.






venerdì 2 giugno 2017

Trump, il peggior presidente americano di sempre

Ha ragione Dana Nuccitelli, che sul Guardian scrive che con l'abbandono dell'Accordo di Parigi Donald Trump consolida la sua reputazione di peggior presidente degli Stati Uniti di sempre. Una decisione politicamente assurda, isterica, anacronistica, destinata a produrre danni gravissimi - speriamo irreparabili - a Trump e al partito che lo sostiene. Perché il Partito Repubblicano ha responsabilità pesanti, con la lettera di 22 senatori (tra i quali Ted Cruz) che invitavano il presidente a recedere dall'Accordo di Parigi. Casualmente gli stessi 22 senatori avevano ricevuto più di 10 milioni di dollari di contributi da compagnie legate alla produzione di combustibili fossili.
Nella sua dichiarazione Trump ha accennato a una "rinegoziazione" dell'Accordo di Parigi, subito negata da una nota congiunta di Francia, Germania e Italia. Il Commissario Europeo all'ambiente spagnolo Miguel Arias Cañete ha twittato che la decisione americana "piuttosto che indebolirci ci ha galvanizzato".
L'America è sempre più sola, per colpa di Donald Trump. E le prossime elezioni, da quelle di mid-term alle presidenziali del 2020, saranno un referendum sul clima. Già oggi il 71 per cento degli Americani (e il 57% dei repubblicani) è convinto che l'America dovrebbe mantenere gli impegni dell'Accordo di Parigi. In poche parole, Trump è un cretino irresponsabile.



mercoledì 10 maggio 2017

mercoledì 3 maggio 2017

Ebbene sì, in Italia le elezioni le decidono gli anziani

Oggi si parla molto di un articolo di Ilvo Diamanti su La Repubblica dal titolo "Il popolo delle primarie con i capelli grigi". Diamanti racconta con i dati di un sondaggio come la gran parte degli elettori delle primarie PD fosse over 65. E' una notizia? Assolutamente no.
L'età media in Italia è di 45.1 anni (lo dice la CIA). Secondo altre fonti addirittura di 45.9 anni, con una proiezione a 47.8 nel 2020. Considerando che gli under 18 non votano (alle primarie PD gli under 16) possiamo ipotizzare che l'età media degli aventi diritto al voto sia vicina ai 60 anni. Un'ananalisi del voto alle comunali di Roma del 2016 stabilisce che gli elettori tra i 18 e i 44 anni erano il 38.5%, quelli dai 45 in sù il 61.5%.
In numeri assoluti il voto dei giovani purtroppo conta poco. Questo sia perché i giovani sono sempre meno, sia perché hanno molta meno propensione al voto degli anziani. Per i giovani il PD non è attrattivo da ben prima dell'avvento della leadership di Matteo Renzi. Nelle elezioni politiche del 2013 il PD a guida Bersani alla Camera ebbe solo 109mila voti più che al Senato (8.64 mln contro 8.53) e una percentuale più bassa di quasi due punti (27,3% Senato, 25.4% Camera). E dire che i voti totali alla Camera erano stati 2.75 milioni in più.
Nel referendum sulla Brexit il 75% degli elettori britannici under 24 aveva votato per restare in Europa, come il 54 per cento nella fascia 25-49. Tuttavia hanno vinto i Sì, e anche largamente. L'elettorato giovane vota poco e tende a scegliere i partiti giovani, alternativi e populisti. In Italia il M5S, in Francia Le Pen e Mélenchon, in Spagna Podemos e Ciudadanos.
La disaffezione dei giovani verso i partiti tradizionali (e verso il voto in generale) non è una bella notizia, ma neppure una novità: la militanza e la partecipazione politica sono in calo costante da decenni. Non è un mistero che, degli oltre cinque milioni di tesserati alla CGIL, più della metà sono pensionati. I dati citati nell'articolo di oggi di Ilvo Diamanti non fanno che confermare questa tendenza (qui sotto la tabella con i votanti per fasce di età).

lunedì 10 aprile 2017

La tabella di Diamanti su Repubblica di oggi è sbagliata

Su La Repubblica di oggi il consueto approfondimento politico del lunedì di Ilvo Diamanti è dedicato al Movimento 5 Stelle. Come sempre l'analisi di Diamanti parte dai dati di un sondaggio Demos, di cui sono pubblicate le tabelle. 
La tabella che sta rimbalzando sul web è quella in cui i voti dei principali partiti sono divisi per categorie sociali, che evidenzia come il M5S sia al primo posto tra gli operai, i dipendenti pubblici e privati, i lavoratori autonomi (nella tabella è indicato per errore un primato M5S anche tra gli studenti). 
Il dato però va letto con attenzione perché evidenzia solo la percentuale di voto che i partiti hanno nelle varie fasce sociali. Nella colonna grigia di sinistra è indicato il "peso" delle varie classi sul totale dei votanti. Le colonne accanto registrano quanto i singoli partiti raccolgono nella specifica classe, sempre rapportato al 100% dei propri consensi. Le cifre quindi indicano la percentuale dei propri voti, quindi non la "vittoria" in senso assoluto nella fascia sociale. Chiaro, ad esempio, che se Sel prende il 14% tra i professionisti (sarà...) e "vince" nella categoria, i voti sarebbero sempre molti meno di quelli di PD e M5S.
Il PD prevale largamente tra i pensionati (che sono un quarto dell'elettorato), il M5S è sopra la media tra i lavoratori, Forza Italia ha il suo zoccolo duro tra le casalinghe.
Se dovessimo dare queste cifre per attendibili, il dato più interessante è quello degli studenti, dove PD e M5S sono alla pari con il dieci per cento. Ovvero gli studenti rappresentano il dieci per cento dell'elettorato dei due partiti, più dell'otto per cento del peso degli studenti sull'elettorato totale. Quindi la teoria che il PD non attragga più i giovani, ripetuta spesso da critici e scissionisti, sembrerebbe del tutto infondata.
Ma saranno vere queste cifre? Diffcile dirlo, perché i numeri della tabella sono sbagliati.
I dati infatti dovrebbero essere in percentuale (così è scritto) ma il totale delle colonne non fa mai 100, ma una cifra tra 99 e 103. Inoltre, come nota Alessandro Visalli, il 100% dei pensionati (anzi il 107%) darebbe indicazione di voto per uno dei partiti indicati, mentre solo il 35% ca. degli impiegati pubblici e dei lavoratori autonomi (o dei professionisti) lo fa. Si astengono tutti? E per di più le percentuali totali dei partiti non tornano: Sel avrebbe più voti del M5S.

mercoledì 29 marzo 2017

Bersani: "Erano tre anni che non parlavo in aula"

Io a Bersani voglio bene, ma uno che si vanta di non avere parlato in aula per tre anni perché "nessuno me lo aveva chiesto" fa capire come non tollerasse essere in minoranza e perché se ne sia andato a creare la propria micro maggioranza.

venerdì 17 marzo 2017

Frau Hitler

Per stemperare i contrasti tra Turchia ed Europa il quotidiano turco filogovernativo Günes oggi è uscito con questa prima pagina.




martedì 14 marzo 2017

Il piano rifiuti del M5S per Roma sembra complicato

Oggi sulle pagine romane de La Repubblica c'è l'anteprima del piano dei rifiuti della città di Roma, che l'assessore all'ambiente Pinuccia Montanari conta di approvare in Giunta entro la prossima settimana. Montanari, già assessore comunale a Reggio Emilia e Genova con giunte di centrosinistra, sembra puntare in alto con una programmazione quadriennale al 2021, ovvero fino al termine del mandato della giunta Raggi.
Salta all'occhio l'obiettivo dell'aumento della differenziata al 70 per cento, una cifra molto alta, anche se l'ex amministratore di AMA Fortini puntava a un 50 per cento entro il 2016 (i dati non sono ancora disponibili). Occorre dire che le stime di percentuale di raccolta differenziata sono spesso opinabili: secondo il rapporto ISPRA nel 2014 la differenziata a Roma era al 33.5%, l'azienda comunale dei rifiuti AMA per il 2015 dichiara un 41.2%, mentre per ISPRA nel 2015 la percentuale di differenziata è il 38.8%. 
Di certo l'obiettivo del 70 per cento al 2021 appare ambizioso, considerando che proprio oggi a Strasburgo il Parlamento Europeo sta discutendo una direttiva secondo cui la raccolta differenziata in Europa dovrà raggiungere il 65-70 per cento, ma entro il 2030. Per arrivare al 70 per cento del riciclo della mondezza Montanari punta su un cosiddetto "porta a porta spinto" e sulla eliminazione dei cassonetti dalle strade. L'aumento dovrebbe passare anche attraverso l'incremento di ben sette volte della frazione umida. Ma moltiplicare per sette il riciclo dell'organico in soli quattro anni sembra complicato.
L'altro obiettivo cruciale è la riduzione del volume di rifiuti. Da almeno cinque anni Roma produce attorno a un milione e 700mila tonnellate di rifiuti l'anno. Montanari vorrebbe tagliarne duecentomila tonnellate in quattro anni, scendendo a un milione e 500mila. La riduzione della quantità di rifiuti è anche più difficile della loro selezione, specie con una tempistica così stretta.

giovedì 9 marzo 2017

Ecco la lista dei 40 Europarlamentari che contano

Politico ha stilato l'elenco dei 40 membri del Parlamento Europeo più influenti. Sono 21 donne e 19 uomini. Gli unici due italiani, seppure piazzati in alto in classifica, sono Antonio Tajani e Gianni Pittella. Al primo posto c'è il leader del PPE Manfred Weber (lo scorso anno il primo era Martin Schulz).
Nel 2016 tra i primi 40 c'erano 16 tedeschi, che quest'anno scendono a undici. La seconda nazione è la Francia con sei, poi Olanda, Romania, Spagna e Svezia con tre. Belgio e la piccola Malta hanno due nomination, come l'Italia. Un solo nome in classifica per Olanda, Polonia, Portogallo, Slovenia e Regno Unito. Restano fuori dalla TOP 40 quattordici paesi.
La new entry più importante è la socialista portoghese Maria João Rodrigues, molto attiva sui temi del sociale, che esordisce all'ottavo posto. Dietro di lei, al nono posto, un altra esordiente: la liberale francese Sylvie Goulard. Politico ha deciso di escludere dalla lista i britannici con l'eccezione di Syed Kamall, il musulmano leader del gruppo europeo dei Conservatori e Riformisti.