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mercoledì 11 marzo 2020

Trump vs. Biden

Dopo i risultati di ieri è chiaro che sarà Joe Biden a sfidare Donald Trump nelle elezioni americane di Novembre. Biden, resuscitato dal Super Tuesday, ha vinto nelle tre M (Michigan, Missouri, Mississippi) e in Idaho, lo stato delle patate. Particolarmente pesante per Bernie Sanders la sconfitta nell'operaio Michigan, dove il quasi socialista si impose quattro anni fa con una rimonta all'ultimo minuto su Hillary Clinton.
Joe Biden aveva iniziato le primarie in maniera disastrosa, con risultati imbarazzanti in Iowa e New Hampshire. Per registrare la prima vittoria dell'ex vice di Obama si sono dovute aspettare le primarie di sabato 29 febbraio in South Carolina. Poi sono arrivati gli endorsement di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke e la vittoria in 10 dei 14 stati del Super Tuesday, tra i quali Maine, Minnesota e Oklahoma dove nel 2006 aveva vinto Biden. Quindi il ritiro e l'appoggio a Biden di Michael Bloomberg e l'ulteriore endorsement di Kamala Harris per suggellare una nuova compattezza dei Democratici USA, con la sola Elizabeth Warren ancora alla finestra.
Per Joe Biden la strada sembra spianata, a cominciare dalle primarie del prossimo martedì 17 marzo, quando andranno al voto Arizona, Florida, Illinois e Ohio. In Florida, dove si assegnano 219 delegati, i sondaggi indicano Biden in grande vantaggio, anche per l'ostilità della comunità latino americana verso Sanders.
Joe Biden non partecipò alla campagna elettorale del 2016: aveva appena perso il suo figlio maggiore Beau, morto per un tumore al cervello a 46 anni. Lasciò la corsa a Hillary Clinton, che riusci a vincere la nomination su un Bernie Sanders molto più agguerrito di oggi. Il Sanders del 2020 è tornato ad essere un outsider sgradito alla maggior parte dell'elettorato democratico. Secondo i suoi sostenitori le posizioni radicali di Sanders sono l'unica via per opporsi al populismo di Donald Trump e la moderazione di Joe Biden, candidato sempre più di apparato e certamente non entusiasmante, potrebbe portare l'elettorato a scegliere di nuovo il tycoon con i capelli rossi.
"Mi vedo come un ponte, nient'altro" ha detto lunedì scorso Biden a Detroit. "C'è una intera generazione di leader dietro di me. Sono loro il futuro di questo paese".
Su tutto restano ancora due grandi punti interrogativi: il Coronavirus e Barack Obama.

mercoledì 4 marzo 2020

Primarie Dem USA, adesso restano in due


Michael Bloomberg ha fatto la cosa giusta, annunciando oggi il suo ritiro dalle primarie del partito democratico e il suo appoggio alla candidatura di Joe Biden. Bloomberg è un vecchio amico di Biden e la sua discesa in campo tre mesi fa, a primarie già aperte, aveva stupito un po' tutti. Il magnate e filantropo ex sindaco di New York si era convinto che una candidatura estrema come quella di Bernie Sanders avrebbe favorito la rielezione di Donald Trump per un secondo mandato. Giudicava i candidati centristi del Partito Democratico troppo deboli, a partire proprio da Sanders, e quindi aveva deciso di mettersi in gioco. Le sue finanze permettono certi capricci. In tre mesi di campagna elettorale Bloomberg ha speso più di 500 milioni di dollari solo in pubblicità, senza contare le centinaia di persone che ha assoldato nei suoi uffici elettorali sparsi per l'America. Ma il modesto risultato del Super Tuesday ha spento le speranze di Mini Mike, come lo definisce in classico linguaggio da body shaming Donald Trump. E Bloomberg just called it quits.
Contemporaneamente al suo ritro, Michael Bloomberg ha annunciato l'appoggio a Joe Biden, seguendo gli endorsement già pronunciati da Amy Klobuchar e Pete Buttigieg. Ora il campo centrista del partito democratico ha un solo candidato: Joe Biden. Più a sinistra, una ostinata Elizabeth Warren non ha ancora lanciato la spugna, malgrado i modesti risultati di ieri nei 14 stati del Super Tuesday, dove è arrivata terza persino nel suo stato, il Massachusetts.
Con il passo indietro di Bloomberg (78) restano in corsa per la nomination democratica Biden (77) e Sanders (78). Con la mina vagante Warren (70), destinata presto a eclissarsi a sua volta. Questa lotta tra vegliardi sembra destinata a risolversi a favore di Joe Biden, come scrive anche Philip Bump sul Washington Post. Bernie Sanders ha perso il Super Tuesday ma lo ha fatto dignitosamente, vincendo anche in California, lo stato più importante. Nel conteggio dei delegati, aggiungendo anche quelli non assegnati della California, è ancora in testa. Ma il voto di ieri era stato già espresso in anticipo da larga parte degli elettori, quando ancora Buttigieg e Klobuchar non si erano ritirati. E soprattutto prima della rinuncia di Michael Bloomberg. Il suo 14 per cento ottenuto in California ha sostanzialmente fatto perdere Biden, che ha avuto il 25 contro il 33 di Sanders.
Con la convergenza dei centristi del partito democratico su Biden la strada di Sanders si fa molto in salita. E ancora Barack Obama non ha aperto bocca.

sabato 22 febbraio 2020

Bloomberg contro la lobby delle armi

Michael Bloomberg non esita a fronteggiare la National Rifle Association, la lobby americana delle armi. Non so quali altri candidati democratici hanno lo stesso coraggio.

lunedì 20 gennaio 2020

Presidenziali USA, ecco la scelta del New York Times

Ieri il New York Times ha pubblicato l'endorsement della sua redazione per le presidenziali USA, come fa ogni quattro anni. La novità è che questa volta i candidati - anzi, le candidate - sono due: Elizabeth Warren e Amy Klobuchar.

Mai come questa volta i candidati democratici alla Casa Bianca hanno programmi elettorali simili. Quindi - scrive il NYT - si tratta non di analizzare quello che vogliono, ma come intendono realizzarlo.
La scelta di Warren, scrive la redazione, deriva dalla sua capacità di esprimersi con chiarezza e di rappresentare al meglio l'anima più progressista dell'America. Il giornale analizza con attenzione anche la candidatura di Bernie Sanders, che viene scartata per l'età e le precarie condizioni di salute, ma soprattutto perché Sanders è un candidato troppo divisivo.
Se Elizabeth Warren è, con Sanders e Biden, una dei tre candidati leader, la scelta di Amy Klobuchar stupisce. La senatrice del Minnesota viaggia nei sondaggi tra il 3 e il 4 per cento, ma il NYT ricorda che anche John Kerry nel 2004 aveva queste percentuali, salvo poi vincere la nomination (poi perse 286 a 251 contro George W. Bush). Di Klobuchar il NYT apprezza l'empatia, l'approccio ecologista, l'attenzione ai giovani e la proposta di portare il salario minimo a 15 dollari l'ora. Secondo il giornale Klobuchar è la più affidabile tra i candidati democratici moderati.
Il Times ricorda come Donald Trump sia una minaccia per la democrazia, ma sottolinea anche come la sua visione sia condivisa da larga parte dell'elettorato americano. "Qualunque speranza di restituire unità all'America richiede modestia, la capacità di scendere a compromessi e il sostegno di tutti gli elementi che costituiscono la coalizione democratica: giovani e anziani, neri, ispanici e bianchi."
"Che vinca la migliore" conclude il New York Times.

martedì 11 dicembre 2018

COP24, gli USA di Trump glorificano il carbone (da soli)

Nei prossimi 20 anni lo sviluppo dell'economia globale raddoppierà. Allo stesso tempo le emissioni in atmosfera dovranno essere ridotte almeno del 30 per cento per mantenere gli obiettivi minimi dell'Accordo di Parigi. L'energia dovrà essere prodotta sempre più da fonti rinnovabili e usata con parsimonia ed efficienza, aumentando l'intensità energetica, che è il rapporto tra energia primaria consumata e prodotto interno lordo.
Nella gelida Katowice nevica, ma piove anche carbone americano. Ieri gli Stati Uniti hanno svolto il loro evento a favore dei combustibili fossili, già presentato lo scorso anno alla COP23 di Bonn/Fiji. Il titolo dell'evento era Tecnologie innovative stimolano dinamismo economico e ha visto la partecipazione di Wells Griffith, consulente di Donald Trump in tema di energia. Griffith è stato molto chiaro: "Crediamo fermamente che nessuna nazione debba sacrificare la propria prosperità economica per cercare di raggiungere la sostenibilità ambientale" (vedi clip sotto).
L'evento è stato interrotto da manifestanti con cori di "Keep it in the ground" ovvero "Lascialo sotto terra" riferito all'estrazione di carbone e altri combustibili fossili. Nessun altro paese ha accettato l'invito a partecipare, a parte l'Australia. Nemmeno la carbonizzatissima Polonia padrona di casa.




Il migliore esempio di quanto l'America di Trump sia isolata è arrivato nello stesso giorno. Non è un segnale politico, ma economico: 415 grandi investitori, con un portafoglio da 32mila miliardi di dollari, hanno chiesto maggiore azione politica sul cambiamento climatico e dichiarato la volontà di disinvestire dal settore dei combustibili fossili. Lo hanno fatto presentando un Global Investor Statement in rappresentanza di alcuni dei colossi della finanza come Schroders plc, BNP Paribas Asset Management, Aberdeen Standard Investments and UBS Asset Management. Tra loro anche il New York State Common Retirement Fund, che amministra 207 miliardi di dollari di fondi pensione. A questo link il testo ufficiale della dichiarazione.

sabato 8 dicembre 2018

Trump, Gilet Jaunes e cambiamenti climatici

Un paio di ore fa Donald Trump ha scritto un tweet entusiasta sulle manifestazioni di protesta in corso in Francia, che inizia con la frase "L'Accordo di Parigi non funziona così bene a Parigi". Secondo il presidente americano i rivoltosi dei Gilet Jaunes "non vogliono pagare somme ingenti di denaro, larga parte delle quali a nazioni del terzo mondo (che hanno leadership discutibili) con l'obiettivo di forse proteggere l'ambiente". E conclude sostenendo che nelle manifestazioni dei Gilet Jaunes i cori siano "Vogliamo Trump!".


venerdì 9 novembre 2018

Negli Stati Uniti governano i perdenti

Related imageDonald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti con tre milioni di voti in meno di quelli conquistati da Hillary Clinton, e già questo dato ci aveva sconcertato. Ale elezioni di Midterm di martedì scorso i repubblicani hanno guadagnato due senatori rispetto ai democratici, eppure nel voto popolare hanno ottenuto il 57 per cento, contro il 41.4 dei repubblicani. Quasi sedici punti di distacco e soprattutto 13 milioni di voti democratici in più, 46.8 milioni contro 34.
Il senato americano è composto da 100 eletti, due per ogni stato senza tenere conto della popolazione. Così la California, che ha quasi quaranta milioni di abitanti, ha due senatori come il Wyoming, che ne ha meno di seicentomila. La composizione del senato americano è descritta nel primo articolo della costituzione ed è improbabile che questo criterio venga modificato. Il sistema elettorale premia i piccoli stati (sette hanno meno di un milione di abitanti), molti dei quali sono nella cintura del midwest conservatore e tradizionalmente di fede repubblicana. Nella House, la camera bassa USA, le cose vanno diversamente: la California ha 53 deputati, il Wyoming e gli altri sei stati sotto il milione solo uno.
Il senato americano ha ruoli molto importanti. Ad esempio decide in materia di politica estera e ratifica le nomine presidenziali. Le procedure di impeachment devono essere approvate con la maggioranza di due terzi del senato. Noi italiani accetteremmo che il Molise, con i suoi trecentomila abitanti, avesse lo stesso peso politico della Lombardia, che ne ha dieci milioni? O che la Valle d'Aosta, con i suoi 126mila residenti, fosse rappresentata alla pari di Lazio e Campania, che ne hanno quasi sei milioni?

venerdì 31 agosto 2018

La popolarità di Trump crolla? Not really

Non stappate lo champagne. Non ancora, almeno. Il titolo dell'Ansa di un'ora fa segue il sensazionalismo dell'informazione italiana, ma è sostanzialmente falso. Ebbene sì, il sondaggio diffuso oggi dice che il 60% degli americani non approva Trump. Ma nell'articolo del Washington Post, la testata che ha commissionato l'indagine, è scritto che, vista la casualità del campione delle interviste, i risultati dimostrano solo una variazione marginale rispetto al precedente sondaggio che lo stesso Post aveva condotto lo scorso aprile, che indicava il disapprovement al 56 per cento.

sabato 13 gennaio 2018

La risposta dell'Africa agli insulti di Trump

La missione dell'Unione Africana a Washington ha replicato con una lettera di fuoco agli insulti di Donald Trump, che ha definito "paesi di merda" molte delle nazioni di origine degli immigrati negli Stati Uniti.


mercoledì 5 luglio 2017

Europa e Giappone domani firmano nuovi trattati

Maggiore cooperazione su cybercrime, gestione dei disastri, clima ed energia. Ma soprattutto un accordo di libero scambio che riguarda il 99 pr cento delle transazioni commerciali tra Unione Europea e Giappone. Una risposta al protezionismo dell'America di Trump, che non a caso viene siglato alla vigilia del G20 di Amburgo.
L'Europa sembra soddisfatta, in particolare per l'eliminazione quasi totale dei dazi nelle esportazioni dell'agroalimentare. Sul fronte opposto il Giappone guadagna un phasing out dei dazi sulle automobili. L'accordo sarà sottoscritto domani dal premier giapponese Shinzo Abe e dai leader europei.
Nella foto il Commissario Europeo Cecilia Malmström e il ministro degli esteri giapponese Fumio Kishida dipingono gli occhi di due bambole giapponesi per simboleggiare l'accordo.

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martedì 13 giugno 2017

Il G7 ambiente di Bologna conferma le distanze con Trump

Il G7 sull'ambiente di Bologna si è concluso in modo apparentemente indolore, con una dichiarazione approvata all'unanimità (qui il testo ufficiale). Al di là della facciata però una postilla imposta dagli Stati Uniti chiarisce le distanze con l'amministrazione Trump: "Noi, gli Stati Uniti, (...) non aderiamo alle parti del comunicato sul clima e le MDB (banche multilaterali di sviluppo), in conseguenza del nostro recente annuncio di recedere e cessare immediatamente l'attuazione dell'Accordo di Parigi e gli impegni finanziari associati". 
La postilla si riferisce al paragrafo 7 del documento, nel quale Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Giappone e Unione Europea riaffermano l'impegno per l'attuazione dell'Accordo di Parigi. Nel paragrafo successivo gli stessi paesi ribadiscono che l'accordo è irreversibile e non negoziabile. anche in questo caso non compaiono gli Stati Uniti.
Che i sei paesi abbiano confermato l'unità di intenti sul clima è una buona notizia, anche se scontata. Ma il passo indietro dell'amministrazione Trump è confermato e non riguarda solo le azioni americane per la riduzione delle proprie emissioni, che saranno gestite in autonomia e non nel quadro dell'Accordo di Parigi, ma anche la mancata partecipazione degli USA al fondo destinato ai paesi in via di sviluppo, che secondo l'Accordo di Parigi dovrebbe raggiungere i cento miliardi di dollari entro il 2020.


mercoledì 7 giugno 2017

Noi restiamo - We are still in

Malgrado Donald Trump, noi restiamo nell'accordo di Parigi. Questo è il messaggio di centinaia di sindaci, governatori, accademici e imprenditori americani. Tra i firmatari i sindaci della grande parte delle città più importanti. Da New York a Los Angeles, da Chicago a San Francisco, da Washington a Saint Louis, da Dallas a Baltimora. Grandi aziende come Amazon, Apple, Autodesk, Danone, eBay, Facebook, Gap, Google, HP, Intel, Levi Strauss, Microsoft, Nike, Patagonia, Spotify, Tesla, Tiffany, Twitter, Unilever.

martedì 6 giugno 2017

Parigi, Pittsburgh, Trump e i cambiamenti climatici

Il passaggio più pop del discorso in cui Donald Trump annunciava di recedere dall'Accordo di Parigi sul clima è stato: "Sono stato eletto per rappresentare gli abitanti di Pittsburgh, non quelli di Parigi".
Il sindaco di Pittsburgh Bill Peduto però la pensa in modo opposto. Ha confermato con un'ordinanza che la sua città proseguirà nella lotta ai cambiamenti climatici malgrado "la disastrosa decisione del presidente Trump di abbandonare l'Accordo di Parigi". Pittsburgh intende raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2035. Per il 2030 la città vuole arrivare a rifiuti zero e alla riduzione del cinquanta per cento di consumi di energia.


venerdì 2 giugno 2017

Trump, il peggior presidente americano di sempre

Ha ragione Dana Nuccitelli, che sul Guardian scrive che con l'abbandono dell'Accordo di Parigi Donald Trump consolida la sua reputazione di peggior presidente degli Stati Uniti di sempre. Una decisione politicamente assurda, isterica, anacronistica, destinata a produrre danni gravissimi - speriamo irreparabili - a Trump e al partito che lo sostiene. Perché il Partito Repubblicano ha responsabilità pesanti, con la lettera di 22 senatori (tra i quali Ted Cruz) che invitavano il presidente a recedere dall'Accordo di Parigi. Casualmente gli stessi 22 senatori avevano ricevuto più di 10 milioni di dollari di contributi da compagnie legate alla produzione di combustibili fossili.
Nella sua dichiarazione Trump ha accennato a una "rinegoziazione" dell'Accordo di Parigi, subito negata da una nota congiunta di Francia, Germania e Italia. Il Commissario Europeo all'ambiente spagnolo Miguel Arias Cañete ha twittato che la decisione americana "piuttosto che indebolirci ci ha galvanizzato".
L'America è sempre più sola, per colpa di Donald Trump. E le prossime elezioni, da quelle di mid-term alle presidenziali del 2020, saranno un referendum sul clima. Già oggi il 71 per cento degli Americani (e il 57% dei repubblicani) è convinto che l'America dovrebbe mantenere gli impegni dell'Accordo di Parigi. In poche parole, Trump è un cretino irresponsabile.



giovedì 1 giugno 2017

L'Accordo di Parigi sul clima e il G20 2017 di Amburgo

Oggi Angela Merkel ha concluso due giorni di colloqui bilaterali con il primo ministro cinese Li Keqiang, organizzati in vista della riunione del G20 in programma ad Amburgo il 7-8 luglio. L'incontro tra Merkel e Li si è svolto poche ore prima dell'annunciata decisione di Donald Trump sull'impegno degli Stati Uniti contro i cambiamenti climatici. che secondo le indiscrezioni porterà gli USA fuori dall'Accordo di Parigi. Nel pomeriggio Li Kequiang sarà a Bruxelles per un incontro con i vertici dell'Unione Europea, che dovrebbe concludersi con un comunicato congiunto che conferma l'impegno di Europa e Cina per l'attuazione del Paris Accord.
Nella conferenza stampa finale di Berlino sia Li che Merkel hanno confermato la volontà di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Li ha sottolineato che la Cina lo farà "nel proprio interesse" e ha invitato le altre nazioni a fare altrettanto. Martedì scorso, sempre a Berlino, il primo ministro indiano aveva detto che rinunciare ad agire contro il cambiamento climatico sarebbe "moralmente criminale".
Europa, Cina e India quindi garantiscono il loro continuo impegno per l'attuazione dell'accordo di Parigi. E la Russia, considerata da molti uno dei paesi influenzabili dalle decisioni di Trump, farà altrettanto. Oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che "Il Presidente Putin ha sottoscritto l'Accordo di Parigi, che per la Russia ha un grande significato. Allo stesso tempo non c'è bisogno di dire che l'efficacia del trattato sarebbe senza dubbio limitata senza la partecipazione delle principali nazioni".
Se stasera Trump annuncerà l'uscita dall'Accordo di Parigi l'America sarà sola. Restano alcune sponde minori come l'Australia, il cui governo conservatore ha sottoscritto il trattato senza entusiasmo. Si parla anche del Sud Africa, che vive una grave crisi economica e politica. E poi l'Arabia Saudita, meta del primo viaggio all'estero di Trump.
Le carte si scopriranno al G20 di Amburgo, che dovrebbe chiudersi con una dichiarazione di impegno nei confronti dell'Accordo di Parigi che di fatto isolerebbe l'amministrazione Trump. Le nazioni che partecipano al G20 sono Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa, Stati Uniti e Turchia, oltre all'Unione Europea.