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lunedì 17 giugno 2019

Yes Greta, we can



lunedì 14 maggio 2018

Quanto ci manca Barack



mercoledì 14 febbraio 2018

Barack e Michelle romanticoni






giovedì 12 gennaio 2017

Paul Anka canterà "My Way" per Donald Trump

Dopo una lunga serie di rifiuti, più o meno cortesi, Donald Trump incassa il primo OK di un artista invitato ad esibirsi alla festa per il suo insediamento alla Casa Bianca. Paul Anka ha confermato che ci sarà e che aprirà le danze per Donald e Melania Trump cantando una versione "personalizzata" di My Way. 
Resa celebre da Frank Sinatra, My Way è la versione inglese della canzone francese Comme d'Habitude, scritta nel 1967 da Claude François and Jacques Revaux con i testi di Claude François and Gilles Thibaut. Paul Anka nel 1969 scrisse il testo in inglese. Per l'occasione presidenziale Anka rivisiterà la canzone, modificando - o meglio trumpizzando - il testo.
Quello di Paul Anka (75) è il primo nome di rilievo che accetta di esibirsi all'evento. I Beach Boys, che hanno suonato all'insediamento di Reagan, Clinton e Bush, hanno fatto sapere di "stare considerando" l'invito. Molti altri artisti hanno risposto "No grazie". Da Elton John a Celin Dion, da Garth Brooks a Andrea Bocelli. Ci sarà invece, in un ruolo un po' patetico, la B-Street Band, una storica cover band di Bruce Springsteen.

mercoledì 9 novembre 2016

Altro che Sanders, ci voleva Michael Bloomberg

Quando esamino i dati, per me è chiaro che se mi candidassi non potrei vincere. Credo che potrei avere la meglio in diversi stati, ma non abbastanza per raggiungere i 270 grandi elettori necessari per la presidenza. In una corsa a tre, è improbabile che un candidato riesca a raggiungere la maggioranza assoluta dei voti, e il potere di scelta del presidente passerebbe dal popolo americano al Congresso.  Quindi, anche se io ricevessi più voti degli altri, la vittoria sarebbe estremamente improbabile, perché la grande parte dei membri del congresso voterebbe per il candidato del proprio partito.
Questo scriveva Michael Bloomberg in un intervento dal titolo Il rischio che non prenderò pubblicato il 7 marzo 2016. E probabilmente aveva ragione. Solo che aggiungeva:
Per come è oggi la corsa alla presidenza, ci sono buone probabilità che una mia candidatura porterebbe all'elezione alla Casa Bianca di Donald Trump o Ted Cruz. Un rischio che non mi posso permettere. Ho conosciuto in circostanze casuali Donald Trump per molti anni (...)  Ma sta conducendo la campagna elettorale più demagogica e divisiva che ricordi, puntando ai pregiudizi e alle paure della gente (...) Trump fa appello ai nostri impulsi peggiori.
E ancora:
Non possiamo "far tornare grande l'America" voltando le spalle ai valori che ci hanno reso la più grande nazione del mondo. Amo troppo il nostro paese per giocare un ruolo nell'eleggere un candidato che indebolirebbe la nostra unità e renderebbe oscuro il nostro futuro - quindi non mi candiderò alla presidenza degli Stati Uniti.
Questo succedeva otto mesi fa. Rileggendo oggi queste parole - peraltro sagge - forse Micheal Bloomberg avrebbe potuto essere l'unico in grado di frenare l'incredibile ascesa di Donald Trump. Se si fosse candidato avrebbe avuto un buon successo elettorale e né Trump né Clinton avrebbero raggiunto i voti elettorali necessari. La parola sarebbe passata al Congresso, dove certamente alcuni repubblicani avrebbero preferito lui a Trump, tra gli eletti al Congresso molti sono apertamente ostili a Trump. Forse anche alcuni democratici avrebbero fatto sponda. La partita sarebbe stata aperta. Non è andata così.

Nella foto sotto: Michael Bloomberg e Donald Trump nel 2003, nel primo dei tre mandati di Bloomberg come sindaco di New York



martedì 8 novembre 2016

Oggi in nove stati USA si vota anche sulla cannabis

Le elezioni americane hanno sempre un corollario di referendum e consultazioni locali e statali. Alle presidenziali di oggi i cittadini di nove stati sono chiamati ad esprimersi anche sull'uso della cannabis, che negli Stati Uniti è essenzialmente marijuana, visto che l'hashish ha una diffusione fondamentalmente in Asia e Europa. In cinque stati si vota per approvare l'uso "ricreativo" della cannabis: Arizona, Massachussets, Maine, Nevada, e la cruciale California. Altri quattro stati sono chiamati ad approvare l'uso terapeutico dell'erba: Arkansas, Florida, Montana e North Dakota.
Secondo i sondaggi i Sì sono in vantaggio quasi ovunque, a parte l'Arizona, mentre in Nevada c'è un sostanziale pareggio. Negli ultimi quattro anni Alaska, Colorado, Oregon e Washington hanno approvato l'uso libero della cannabis e se la California, come sembra quasi scontato, farà altrettanto, in tutta la costa ovest degli Stati Uniti le canne saranno legali. La California è anche lo stato con il PIL più alto, paragonabile a quello delle più grandi nazioni d'Europa. Un via libera allo spinello aprirebbe la strada a una legalizzazione nazionale, prevedono molti. Che potrebbe estendersi anche al Messico e all'America Latina, riducendo enormemente il narcotraffico.
Il via libera dei singoli stati complicherebbe comunque la situazione legale, visto che la DEA, l'autorità di polizia contro il narcotraffico, lo scorso agosto ha ribadito la classificazione della Marijuana in classe 1, alla pari dell'eroina e di altre droghe pesanti.
Già oggi 26 stati americani approvano l'uso terapeutico della cannabis, giudicandola una terapia efficace per molte malattie quali l'artrite reumatoide e il lupus. Studi accreditati riconoscono il suo contributo anche per l'epilessia e l'inappetenza.
Secondo gli esperti il mercato americano della mariujana legale, che oggi vale 7 miliardi di dollari, con il Sì della California passerebbe a 22 miliardi entro il 2020. Il Colorado, che ha legalizzato le canne nel 2012, quest'anno incasserà 140 milioni di dollari di tasse per la vendita di marijuana.

lunedì 7 novembre 2016

Anche l'Economist fa un endorsement per Hillary Clinton


Election Day USA, il New York Times è gratis

Da questa mattina alla mezzanotte di mercoledì 9 il New York Times offre accesso gratuito illimitato al suo sito e alle app.

Hillary chiude con Barack, Michelle, Bruce e Bon Jovi

Questa sera Hillary Clinton chiuderà la campagna elettorale alla Independence Hall di Philadelphia, Pennsylvania. Con lei sul palco ci saranno Michelle e Barack Obama, il marito ex presidente Bill, Bruce Springsteen e Jon Bon Jovi. Chi volesse fare un salto deve registrarsi qui. I cancelli aprono alle 16 locali, le 22 italiane, con inizio previsto alle 19:30.


domenica 6 novembre 2016

USA e Referendum, quando si vota contro

L'ultimo sondaggio elettorale del Wahington Post offre dati interessanti. Quello più rivelatore è che la maggioranza di chi vota Trump non lo fa perché sostiene il tycoon, ma per contrastare Hillary Clinton. L'opposto accade tra gli elettori di Clinton.
Mutatis mutandis la stessa cosa credo stia succedendo in Italia per il referendum sulla legge costituzionale. Non mi risulta sia stata svolta una indagine simile, ma sono convinto che la grande parte di chi voterà No lo fa per contrastare Matteo Renzi e non perché non approva il merito della riforma. Non è un caso che il No raccolga tutta l'opposizione parlamentare, dalla Lega a Sel passando per Grillo, e che comprenda anche la destra e la sinistra extraparlamentare, oltre a una fetta della minoranza del PD. Insomma tutti quelli che augurano a Renzi il peggio possibile, ma proprio tutti.
Intendiamoci, anche votare contro qualcuno è democrazia, ci mancherebbe altro. Ma è un po come usare un coltello da pane per tagliare il salame: si rischia di fare un pasticcio.

giovedì 3 novembre 2016

Elezioni USA, il punto del New York Times

Un'ora fa il New York Times ha pubblicato il report quotidiano sulla possibilità di Clinton e Trump di vincere le elezioni presidenziali, basato sui dati degli ultimi sondaggi. Come si vede l'allarmismo che trasmettono i media italiani su una rimonta di Trump è molto lontano dalla realtà.

giovedì 20 ottobre 2016

Il brindisi di Matteo Renzi ieri a Washington

Questo non lo avete visto. Un Matteo Renzi piutttosto brillante. L'inglese è più che accettabile, qualche svarione veniale, qualche tempo di verbo sbagliato. Per gli americani la cosa meno comprensibile sarà stata l'uso di who al posto di that, ma il pronome relativo è sempre una sfida, in qualunque lingua.
"We worked together exactly with the spirit of bottega". 
Come lo traduci bottega?