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sabato 10 febbraio 2018

Macerata, le foibe, i titoli dei TG, l'informazione

I TG della sera stanno mettendo nei titoli la notizia che alla manifestazione antifascista di Macerata qualcuno avrebbe inneggiato alle foibe. Saranno stati dieci deficienti che ovviamente non fanno testo. Mi ricorda la Leopolda 2016, quando un qualunque spettatore (uno solo) alla citazione di Bersani cominciò a urlare "Fuori, fuori!" e tutti i titoli del giorno dopo furono per "I cori della Leopolda contro Bersani".
L'informazione degli anni '10 è così. La singola voce, se fa scalpore, prevale sulla massa. Lo dimostra anche il video qui sotto, dove la manifestazione antifascista sembra essere diventata una manifestazione contro il PD, contro il ministro Minniti e il sindaco di Macerata Carancini. Ma sono sicuro che non è andata così. O almeno spero.


mercoledì 20 dicembre 2017

"Riportare a casa gli elettori"? Casa di chi?

Il titolo dell'intervista di Massimo Franco a Pietro Grasso pubblicata oggi sul Corriere della Sera non è felice. I voti non sono Lassie e l'idea di "riportarli a casa" è irritante, anche perché i voti non appartengono a nessuno. Il linguaggio è molto bersaniano, segue il concetto giudiziario di "appropriazione indebita" con il quale la vecchia "ditta" ha sempre bollato il cambio del gruppo dirigente del Partito Democratico.
L'intervista è interessante da leggere. Segna la prima vera uscita politica del Presidente del Senato in carica, molto più incisiva del generico discorso buonista formulato a Roma il giorno della candidatura.
L'impressione è che Grasso non abbia capito bene su cosa sarà centrata la prossima campagna elettorale. E come si giocherà. La frase che lascia più perplessi è questa:
Lei non è uomo da duelli televisivi duri. Parteciperà ai confronti in tv?
«Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Non mi interessa affascinare, né scontrarmi secondo logiche che non mi appartengono. La mia idea di politica non è la battaglia televisiva ma presentare la soluzione dei problemi. Se è necessario parteciperò ai confronti ma non amo gli scontri. Io voglio partire dai valori di sinistra con un progetto che guardi ben oltre le elezioni».
Come dire: io sono per bene, un ex magistrato retto e probo. I voti li prenderò con queste doti. E tralasciamo il tirare in ballo "la soluzione dei problemi" che sembra francamente una eccessiva deriva di autostima. I voti oggi si prendono con le felpe, con i vaffa, con le sparate sull'Euro e gli immigrati. Si prendono con l'inevitabile esposizione mediatica, con la capacità di sintesi televisiva, con la reattività del confronto social. Grasso dice che l'importante sono "i valori". Auguri.


lunedì 11 dicembre 2017

L'anomalia Grasso, descritta senza rancore

Oggi sui social ho letto molti commenti sulla performance di Pietro Grasso in televisione domenica sera. E almeno altrettanti commenti che stigmatizzavano i commenti, per motivi spesso diversi. Tipo: non sono loro gli avversari. Oppure: sbaglia chi gli fa da cassa di risonanza. Io mi sono limitato a un post su Facebook in cui descrivo e commento il simbolo, a mio avviso graficamente davvero modesto.
Naturalmente il punto non è questo. Politicamente è notevole che la seconda carica dello Stato scenda in campo, nel corso del suo mandato, contro il partito che lo ha eletto in Parlamento e poi presidente del Senato. Pietro Grasso è libero di fare ciò che vuole, ma certo schierarsi cosi esplicitamente lascia perplessi.
Quando si voterà, nel marzo 2018, Pietro Grasso avrà 73 anni. I pochi notabili che lo hanno scelto come leader, e proclamato ai militanti senza possibilità di contraddittorio, lo avranno messo in conto. Un anziano ex magistrato. Una figura piuttosto grigia, mediaticamente poco efficace.
La lettura politica invece è molto chiara. Lo stesso Grasso, in una uscita irrituale di un mese fa, aveva dichiarato che: "Il PD non c'è più". Aggiungendo: "Il Pd era quello del bene comune. Quello di Bersani insieme a Sel, quelli erano i principi e i valori che incarnavano il ragazzo di sinistra che aveva avuto per tutta la vita compressa questa sua natura dei valori di uguaglianza dei diritti, di libertà. Compressi prima come magistrato che non può farsi influenzare dalle proprie idee politiche e poi dal ruolo istituzionale di presidente del Senato. Ora vediamo se finalmente alla bellissima età che ho raggiunto posso riuscire a esprimere me stesso".
Visto il ruolo e come è arrivato a ricoprirlo, dichiarazioni sopra le righe. Ma il punto non è neppure questo. La cosa che spicca è che nella scelta di Grasso leader si esemplifica la visione di Bersani, D'Alema e gli altri fuggiti dal PD. Grasso è stato messo in lista da Bersani segretario ed è stato eletto presidente del Senato per volontà di Bersani segretario. Grasso appartiene a Bersani e a chi ha rifiutato i mutamenti del PD, decretati dai congressi. Grasso obbedisce volentieri alla chiamata, il suo nome è sul simbolo. Suo malgrado è diventato un leader.

domenica 23 luglio 2017

PD: è arrivato un dipartimento carico di...

La nuova segreteria del PD, presieduta da Matteo Renzi, ha approvato le nomine per i dipartimenti tematici. Secondo la proposta fatta da Renzi in Direzione Nazionale lo scorso 30 maggio avrebbero dovuto essere 25, ma sono diventati 40. Eppure molti temi non sono presenti e altri sovrarappresentati.
La lacuna più grave, come sbandiera da ore Dario Ballini, è un dipartimento per i diritti civili. Ma ci sono altri temi cruciali che sembrano trascurati. Pina Picierno si occuperà di Fondi Europei, ma nessuno si occuperà di Europa. E l'Europa, in tempi di Brexit e confini chiusi, non è certo un argomento legato solo ai finanziamenti comunitari. C'è chi si occupa di ambiente, chi si occupa di energia, ma nessuno che si occupi dei cambiamenti climatici e dell'attuazione dell'accordo di Parigi. Un dipartimento affidato a Simona Bonafè si occupa di Economia Circolare, ma non c'è nulla sul tema più trasversale dello Sviluppo Sostenibile. C'è un dipartimento sul Mezzogiorno ma non uno sul Mediterraneo, dove l'Italia deve essere protagonista. Niente su coste, porti, mare e Blue Economy.
Le politiche urbane sono spacchettate in tre dipartimenti: urbanistica, città metropolitane e rigenerazione urbana. Sicuri che sia la scelta giusta? C'è un dipartimento per le piccole e medie imprese, ma nulla che si occupi delle partite IVA, ovvero professionisti, artigiani e commercianti. Si pensa anche al partito, con un dipartimento sui circoli, uno sul "partito aperto" e uno sulle Feste dell'Unità. Ma non si pensa al territorio, con l'assenza dei temi del dissesto idrogeologico e della resilienza. Si dedica un dipartimento (sacrosanto) alla ricostruzione del terremoto, ma si trascura il tema della prevenzione del rischio.
Sul fronte agitatissimo degli enti locali c'è un generico dipartimento "pubblica amministrazione" che sembra poco per argomenti bollenti come il federalismo, la questione irrisolta delle province rimaste in costituzione ma senza risorse, la sussidiarietà, il ruolo dei comuni.
Matteo Renzi ne aveva annunciati 25 e sono diventati quaranta. Sono tanti. Non tutti azzeccati.

mercoledì 29 marzo 2017

Bersani: "Erano tre anni che non parlavo in aula"

Io a Bersani voglio bene, ma uno che si vanta di non avere parlato in aula per tre anni perché "nessuno me lo aveva chiesto" fa capire come non tollerasse essere in minoranza e perché se ne sia andato a creare la propria micro maggioranza.

domenica 12 marzo 2017

Il Lingotto è andato meglio del previsto. Ecco perché

Sto tornando da Torino. Ero andato al Lingotto con aspettative abbastanza modeste, ma avevo deciso comunque di andare. Queste occasioni, male che vada, servono per rivedere un sacco di amici sparsi per l'Italia. Homecoming, come dicono in America.
Al termine dei tre giorni il mio giudizio personale è molto positivo. Il meeting del Lingotto è andato decisamente oltre le previsioni. Non solo in termini di partecipazione, comunque notevole, ma di contenuti politici. Le ripartenze non sono mai semplici e i rischi che si corrono sono molteplici: revanscismo, deja vu, arroccamento, anacronismo, negazione dell'evidenza.
Al Lingotto non è stato così. Al contrario, si è fatta molta chiarezza e si è consolidata una comunità politica che io, nativo del PD, non avevo mai visto così unita prima. Il "merito", probabilmente, va diviso tra la consapevolezza della sconfitta del 4 dicembre, la continuità politica del governo Gentiloni (che è segnale importante di solidità istituzionale) ma soprattutto l'isterico strappo dei pochi fuggitivi del gruppetto di Bersani e D'Alema.
Non è un caso che gli interventi politicamente più significativi siano venuti dai tanti rappresentanti della filiera nata nel PCI e passata da PDS e DS. Da Chiamparino a Minniti, da Berlinguer a Fassino. Oltre ai contributi importanti dei più giovani, come Maurizio Martina e Sandro Gozi. I "senatori" della discendenza DS hanno dimostrato come il Partito Democratico non sia più una fusione a freddo, come qualcuno l'aveva definita, ma una comunità politica con senso di appartenenza, rispetto delle regole e condivisione di gioie e di dolori. "Andarsene adesso sarebbe da vigliacchi" ha detto Chiamparino. "Basta con la sindrome di Crono, che mangiava i suoi figli, abbiamo bisogno di una leadership forte", ha chiosato Minniti.
Il PD esce dal Lingotto molto rafforzato. Vale non solo per chi sostiene Renzi, ma per tutto il partito. Paradossalmente, i fuggitivi sono stati la medicina che ha guarito il PD dal morbo delle divisioni interne e ha finalmente permesso di realizzare quella trasversalità vista e ascoltata al Lingotto per Renzi, ma avvertibile anche tra i sostenitori di Orlando, tra i quali non mancano quelli di area popolare. Sulla mozione Emiliano taccio. Basta il nome: Resistenza.
Matteo Renzi dovrà fare tesoro di questa ritrovata unità, particolarmente in un momento politico così delicato. Non sembra avere avvertito compiutamente la necessità di un cambio di passo. Malgrado l'evidente volontà di "collettivizzare" la direzione politica, anche nel suo intervento di chiusura di oggi è stato troppo divisivo, troppo indulgente alla tentazione di dire l'ultima parola. E poi basta elenchi di cose fatte, prepariamo piuttosto elenchi di cose da fare.
Tuttavia, per tornare in loop alle prime righe di questo post, tutto mi è sembrato migliore e più nitido del previsto. Come cantavano i Timbuk 3, il futuro è così luminoso che sarà meglio mettersi gli occhiali da sole.


domenica 5 marzo 2017

I fuggitivi dal PD hanno bannato Emiliano

Come ai tempi della Russia di Lenin, quando l'immagine di Trotsky veniva cancellata dalle foto ufficiali del partito, nessuno dei fuggitivi dal PD nomina più Michele Emiliano. Eppure due settimane fa gli scissionisti erano tutti abbracciati sullo stesso palco.
Il problema di Emiliano è che adesso anche quasi tutto il Partito Democratico non vuol sentire parlare di lui.


giovedì 2 marzo 2017

PD: "la nostra gente" se ne è andata ai tempi di Bersani

Dato che si parla tanto de "la nostra gente" che sarebbe scappata dal PD per colpa di Renzi, vorrei ricordare un dato cruciale e spesso dimenticato: nelle elezioni politiche del 2008 (affluenza 80%, 36.5 milioni di votanti) il PD di Veltroni prese 12.100 milioni di voti. Nelle politiche del 2013 (affluenza 75.2%, 34 milioni di votanti) il PD di Bersani prese 8.650 milioni di voti. 
Bersani, a fronte di un calo dell'affluenza di soli cinque punti, perse il 28.5 per cento dei voti, più di un quarto dell'elettorato che aveva votato PD cinque anni prima. Quasi tre milioni e mezzo di voti in meno del 2008. 
Alle elezioni europee del 2014 (affluenza 57.2%, votanti 29 milioni) il PD di Renzi prese 11.2 milioni di voti. Oltre 2.5 milioni di voti in più di Bersani l'anno prima, con 5 milioni di votanti in meno.

giovedì 23 febbraio 2017

Sinistra Italiana e Civati, l'importante è fare gruppo

Arturo Scotto e altri 16 deputati di Sel non hanno aderito a Sinistra Italiana e dovrebbero formare un nuovo gruppo parlamentare con i fuggitivi del PD. Un gruppo peraltro piuttosto schizofrenico, visto che Scotto e compagni sono nettamente contrari al governo Gentiloni, mentre gli ex PD confermano la loro fiducia all'esecutivo.
Sembra invece che Sinistra Italiana, che con la fuoriuscita di Scotto & Company resta con soli 14 rappresentanti alla Camera, per poter mantenere il gruppo parlamentare arruolerà i civatiani, necessari per superare o almeno avvicinare quota venti e chiedere una deroga, formando una sorta di gruppo dei gruppettari. Un altro fulgido esempio di nuova politica.

mercoledì 22 febbraio 2017

"La nostra gente" vota Renzi, Bersani e gli altri fuggitivi se ne facciano una ragione

I toni dei commenti dei fuggitivi dal PD sul segretario Renzi sono molto diversi a seconda dei personaggi. Paternalistici (Bersani), pacati ma fermi (Rossi), violenti (Emiliano), sprezzanti (D'Alema), lamentosi (Speranza) e cosi via. Ogni personaggio ha il suo stile. Il più diretto, anche perchè è quello che ha meno da perdere ad esporsi, è sempre D'Alema che ieri a Rai3 ha detto: "L'elemento divisivo è Renzi. Rimosso Renzi il centrosinistra tornerà ad essere unito".
Non sono questi toni a colpirmi. Neppure quelli odiosi di D'Alema che tra le tante stilettate ieri sera ha detto "Il problema di Giachetti l'ha risolto la Raggi".
Quello che mi colpisce è che tutti i fuggitivi motivano la scelta di andarsene dal PD perche "tanto le primarie del congresso le vince Renzi". Anche ieri, incalzati (si fa per dire) da chi li intervistava, i leader della scissione hanno ripetuto che "sarebbe un plebiscito", che non sono primarie ma una conta, che si votano "le figurine", come ripete spesso Bersani.
Sono colpito, e amareggiato, perché qui non si tratta di criticare, deridere o insultare il leader del proprio partito. Che è una pratica non esattamente esaltante, ma chi fa politica sa che può succedere anche questo. Quello che mi colpisce, particolarmente perché viene da navigati politici che si autoproclamano "di sinistra" (anzi, ne rivendicano il copyright) è l'assoluto disprezzo per chi alle primarie PD ha votato - e voterà - per Matteo Renzi. Quasi che costoro non siano persone degne, siano dei mezzi deficienti ipnotizzati da non si sa cosa, cooptati con metodi violenti o ricattatori, irretiti da affabulazioni e promesse.
Nelle primarie del 2013 Matteo Renzi prese quasi un milione e novecentomila voti, più del 67 per cento del totale. Bersani nel 2006 prese un milione e seicentomila voti, con trecentomila votanti in più. Ebbene sì, quello del 2013 per Renzi fu un plebiscito. Un plebiscito de "la nostra gente", per usare un'altra locuzione cara a Bersani. A meno che "la nostra gente" non sia solo quel 32 per cento che votò per Cuperlo e Civati. Io non credo che ci si possa permettere di dire che il 67 e passa per cento di chi ha votato alle primarie 2013 fosse una massa di usurpatori. Tantomeno lo saranno quelli che, alle primarie del congresso di questa primavera, voteranno per Renzi. Il PD sarebbe stato "snaturato" da un leader votato dal 67.5 degli elettori? Ma per favore.
Trovo intollerabile che chi rifiuta il confronto congressuale lo faccia perché "tanto vince Renzi", insinuando dubbi di legittimità sul voto popolare, disprezzando le scelte dell'elettorato del Partito Democratico e rifiutando un eventuale ruolo di minoranza. E, se proprio preferiscono andarsene, almeno la smettessero di invocare "la nostra gente". Perché la maggioranza de "la nostra gente" ha scelto Matteo Renzi, e probabilmente lo farà di nuovo, anche di fronte a un Renzi certamente depotenziato e anche meno lucido di un tempo. Ma sempre una spanna sopra i suoi antagonisti.

Ricomincio da tre. Anzi, da due


lunedì 20 febbraio 2017

"Non sono e non sarò antirenziano" [E. Rossi, 7 set 2015]

Il 7 settembre 2015 Enrico Rossi annunciava la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico in una intervista a La Nazione - Quotidiano Nazionale che iniziava con due premesse: "Uno: il congresso del Pd c’è nel 2017. Due: non sono e non sarò antirenziano. Io sono io, Enrico Rossi, con la mia storia, la mia cultura politica, le mie idee."
Stamattina, quindici mesi dopo, intervistato da Rainews 24, Rossi ha detto: "Io non voglio stare nel partito di Renzi, punto e basta".

giovedì 2 febbraio 2017

L'uomo che sussurrava a Formigli

Da quando non è più segretario del PD, cioè da quasi quattro anni, Pier Luigi Bersani non ha mai aperto bocca negli organi dirigenti del partito. Non in direzione, né in assemblea nazionale. Rilascia però interviste a raffica. E non si nega mai a una ospitata televisiva.

mercoledì 1 febbraio 2017

"Pier Luigi e Massimo compatti"

Intervistina di oggi dell'ottimo Zoggia a QN Giorno|Carlino|Nazione. Quindi il progetto sarebbe un partito fuori dal PD (loro dicono "a sinistra") magari con Scotto e i governativi ex Sel, per "un progetto di governo alternativo", che poi non vuol dire altro che fare un accordo post elettorale con il PD.
E dopo? Anche ammesso che i fuoriusciti valgano davvero il dieci per cento, i numeri sommati a quelli del PD non basterebbero per governare. Quindi sarebbe necessario un altro accordo con i centristi di Alfano e Casini e probabilmente la stessa Forza Italia.
Più che un progetto, una nemesi.

giovedì 22 dicembre 2016

A sinistra non ci sono praterie, ma aiuole

Secondo il sondaggio pubblicato oggi da La Repubblica, il primo dopo il referendum costituzionale, il PD resta primo partito con un dato sostanzialmente stabile, il M5S perde un punto e mezzo in un mese e quattro punti rispetto a giugno scorso. La somma di Sel e degli zeropunto a sinistra del PD resta inchiodata al cinque per cento.
Le interviste valide sono state 1664, ben 7190 interpellati si sono rifiutati di rispondere.

mercoledì 14 dicembre 2016

Governare è complicato, fare opposizione è una passeggiata


Il corridoio della minoranza PD è senza via d'uscita


Premesso che il Renzi del dopo referendum non appare lucidissimo, la minoranza Bersaniana sembra ancora più confusa.

Le mie osservazioni: per settimane Bersani, Speranza e sodali hanno detto che Renzi, anche perdendo il referendum, non avrebbe dovuto dimettersi. Lui invece si dimette (ha fatto bene), passa la mano a Gentiloni che ovviamente cpstruisce un governo-ponte e la minoranza dice che non va bene, "non c'è discontinuità". Perché, se Renzi fosse rimasto in carica, come chiedevano, ci sarebbe stata discontinuità?

La minoranza PD da mesi chiedeva di indire il congresso subito. Renzi dopo la sconfitta ha dichiarato di voler indire il congresso subito. Invece adesso la minoranza dice che non va bene, che sarebbe solo una conta. Leggo oggi sul Messaggero che Stumpo dice: "per fare un congresso ci vogliono almeno sei mesi". Tra sei mesi sarà estate, il mandato di Renzi sarà praticamente scaduto, si andrà al rinnovo naturale. Allora mi chiedo: quando dicevano "congresso subito" che cosa volevano?

E adesso le mie interpretazioni, assolutamente personali: Bersani & Co. sono rimasti colpiti più di Renzi dalle dimensioni del No, che sanno di non potersi intestare (le analisi dei flussi dicono che gli elettori PD hanno votato No tra il 12 e il 20 per cento, travaso simile a quello degli altri partiti).

La minoranza sa che il congresso lo perderà comunque, sia anticipato che a scadenza naturale. Chiederlo era solo un tentativo in più per far saltare il tavolo, assieme al No che sappiamo bene fosse solo un voto politico, non nel merito di un provvedimento votato in aula da tutti loro. Tra parentesi, avete più sentito la parola "costituzione" dopo il 4 dicembre nelle bocche di Bersani, Zoggia, Stumpo, Speranza, ecc? Parlano solo di congresso, elezioni e governo.

Malgrado le loro speranze il tavolo non salterà. La controprova la avremo all'assemblea nazionale di domenica, ma non salterà. Almeno fino a quando regge l'accordo tra Renzi, Franceschini e Giovani Turchi. E sembra reggere solidamente. Queste tre componenti sono la larga maggioranza dell'assemblea e della direzione. Ho letto un sondaggio che ad una candidatura Bersani a segretario PD assegnava un dodici per cento.

Poi ci sono manovre diverse, confuse e spesso contrastanti. Speranza dal 5 dicembre continua a dire che non intende restare "per forza". Come ha scritto Luca Sofri sembra augurarsi che qualcuno gli indichi la porta per fare la vittima, ma non accadrà. La settimana scorsa Sel si è ufficialmente tramutata in Sinistra Italiana con dentro Fassina e D'Attorre. I sondaggi continuano a darli attorno al 3 e mezzo per cento. La Cgil resta a guardare, anche se una parte vede di buon occhio un progetto extra PD. Oggi Pippo Civati parla di nuovo di una lunare "sinistra di governo" senza il PD, un'idea che fa tenerezza. Il resto della compagine è solo folklore, gente come Ingroia, Pancho Pardi o RC di Ferrero. Vogliono fare una Linke italiana? Auguri.

In conclusione credo che la minoranza PD (non è un caso che non la chiamo mai "sinistra", per me non lo è) sia in un vicolo cieco e comunque in una situazione perdente. "La ditta" non tornerà mai in mano loro. Ne sono sempre piu consci anche Bersani e soci ed per questo che riaffiora l'ipotesi di non restare "per forza", sempre respinta con sdegno in campagna elettorale.

Però ricordiamoci che, se vanno altrove, non è Renzi a cacciarli, ma sono Franceschini, Orfini, Martina e Orlando. E in parte anche Cuperlo. Sono loro ad averli marginalizzati. Che lo facesse Renzi, a cui loro hanno fatto la guerra dal primo giorno, mi sembra scontato.

martedì 6 dicembre 2016

"Ho preservato il PD" [P. Bersani]

Questa sera Pierluigi Bersani era ospite di Giovanni Floris su LA7. Prima in una intervista diretta, poi in un contraddittorio con tre giornalisti. Ha fatto il Bersani, come sempre. Le solite metafore lunari ("Non possiamo mettere una camicia di forza a una pentola a pressione") e altri frasi sparse in stile Bersani, tipo "Ha un sacco di problemi 'sto paese qui".
La sentenza rivelatrice è arrivata verso la fine: "Io ho preservato il PD". Ripetuto due volte di fila, con tono stentoreo. A parte le inevitabili celie fiorite sui social network tra preservare e preservativo, il concetto merita un approfondimento. Perche la preservazione è l'opposto delle riforme. Preservare significa mantenere lo status quo.
Le cose cambiano, sempre. Πάντα ρει, diceva Eraclito. Di questi tempi poi le cose, specialmente in politica, cambiano con una velocità spaventosa. Pierluigi Bersani invece vuole preservare. La sintesi della sua inadeguatezza è tutta qui.