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sabato 28 settembre 2019

Davide Casaleggio NON parlerà all'ONU

Malgrado il titolone del Corriere Davide Casaleggio non parlerà alle Nazioni Unite. Non parlerà  in un evento ufficiale, né in una commissione, né tantomeno all'Assemblea Generale. Sara uno dei relatori di un side event organizzato dalla rappresentanza permanente italiana al palazzo di vetro.
In occasione dell'assemblea annuale e delle altre occasioni ufficiali alle Nazioni Unite vengono organizzati decine di eventi collarerali. Si tratta di incontri ristretti, spesso a invito, che si svolgono di solito nelle salette del piano interrato sotto l'ingresso secondario, quello da dove entrano anche i turisti per le visite guidate. A volte hanno luogo anche fuori dell'ONU, nelle sedi diplomatiche degli stati membri (i tedeschi ad esempio lo fanno spesso) o negli alberghi vicini, come il Millennium Hilton One UN Plaza.
Ai side event partecipano i rappresentanti della società civile, gli stakeholders, le imprese private e qualche raro delegato ufficiale dei paesi membri, spesso solo della nazione che organizza l'evento (in questo caso l'Italia). Le presenze in genere sono limitate a qualche decina di persone e si parla solo in inglese, a meno che chi organizza non paghi di tasca proria la simultanea. Insomma, niente di che.
Eppure la non-notizia, dopo l'uscita del Corriere della Sera, è stata rilanciata con risalto da molti media italiani e c'è pure chi ha avuto la voglia di commentarla politicamente. In realtà la comparsata di Casaleggio II al palazzo delle Nazioni Unite non ha alcuna valenza e annunciarla con questa pompa è assoltamente ridicolo.
Per dire, io ho partecipato a diversi side event all'ONU, come altri migliaia di ospiti nel corso degli anni. E sono anche intervenuto varie volte a nome delle Autorità Locali alle sessioni della Commissione Sviluppo Sostenibile, questo sì un evento ufficiale, davanti ai delegati di tutti i paesi membri. Ma mai mi permetterei di dire che "ho parlato all'ONU".


martedì 10 settembre 2019

Europa, I 5stelle da Farage ai Verdi?

Non sono ancora in programma incontri ufficiali, ma i contatti sono in corso da tempo. Il Movimento 5 Stelle sta accarezzando l'idea di entrare nel gruppo dei Verdi al parlamento europeo. Attualmente i grillisti non fanno parte di alcun raggruppamento, il che limita i fondi erogati da Strasburgo e i tempi di intervento in aula. Da parte dei Verdi, che sono già un gruppo politicamente molto eterogeneo, le ostilità sarebbero in calo, malgrado una diffidenza per una forza politica che non aveva esitato ad allearsi con gli antieuropeisti di Farage nella precedente legislatura.
Il gruppo ambientalista, dopo il buon successo ottenuto in alcuni paesi alle ultime elezioni, può contare su 74 europarlamentari ed è il quarto a Strasburgo come consistenza dopo PPE, PSE e RE (ex ALDE). La pattuglia però sara ridimensionata dopo la Brexit, dovendo rinunciare agli 11 membri eletti in Gran Bretagna. L'ingresso dei 14 eurodeputati 5 stelle eviterebbe il sorpasso da parte del gruppo sovranista Identità e Democrazia, che può contare su 73 MEP.


martedì 22 gennaio 2019

Banfi all'UNESCO, non è solo folklore

La nomina di Lino Banfi alla Commissione Italiana UNESCO da un certo punto di vista è solo folklore. La commissione è composta da una trentina di soggetti, molti di nomina governativa. Tre di questi vengono designati dal MISE (oltre a tre supplenti) , e quindi Di Maio deve avere inserito Banfi in questa lista. Fino ad oggi i tre rappresentanti del ministero dell'economia erano Francesco Buranelli, Folco Quilici e Pupi Avati. Non sappiamo chi cederà il posto al comico "italo-pugliese", come lo ha definito stamattina Di Maio.
Insomma, Banfi non sarà in grado di fare danni e il suo ruolo non va confuso con quello del rappresentante permanente italiano nel Consiglio Esecutivo dell'UNESCO, che è l'ambasciatore Massimo Riccardo. e della delegazione italiana. Ma nominare una persona come Banfi in un organismo delle Nazioni Unite che si occupa di tutela dei beni culturali è esemplare di una strategia di questo governo, basata sulla delegittimazione delle strutture sovranazionali. Che si tratti di ONU, di Unione Europea, di ONG internazionali, poco cambia. La linea ufficiale è il discredito, se non la derisione.
Quando l'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Michelle Bachelet aveva denunciato gli atti di violenza e razzismo in corso nel nostro paese l'altro vicepremier Salvini aveva risposto: L'Onu "è un'organizzazione che costa miliardi di euro, a cui l'Italia dà più di 100 milioni all'anno di contributi e ragioneremo con gli alleati sull'utilità di continuare a dare questi 100 milioni di euro per finanziare sprechi, mangerie, ruberie per un organismo che vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani e poi ha Paesi che praticano tortura e pena di morte".
Questo governo non accetta lezioni, lo ha ripetuto anche oggi Salvini rivolto alla Francia. Con la nomina di Lino Banfi lezioni non è certo in grado di darle.


sabato 5 gennaio 2019

La Finanziaria abolisce le isole pedonali

L'articolo unico della Legge di Bilancio 2019 è composto da 1142 commi, che trattano i temi più svariati. Difficile districarsi nella lettura dei singoli provvedimenti, che spesso rimandano ad altri elementi legislativi. Il comma 103, ad esempio, recita:
All'articolo 7 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, dopo il comma 9 è inserito il seguente:
« 9-bis. Nel delimitare le zone di cui al comma 9 i comuni consentono, in ogni caso, l'accesso libero a tali zone ai veicoli a propulsione elettrica o ibrida ».
Andiamo a leggere cosa dice il comma 9 dell'art. 7 del Codice della Strada:
I comuni, con deliberazione della giunta, provvedono a delimitare le aree pedonali e le zone a traffico limitato tenendo conto degli effetti del traffico sulla sicurezza della circolazione, sulla salute, sull'ordine pubblico, sul patrimonio ambientale e culturale e sul territorio. In caso di urgenza il provvedimento potrà essere adottato con ordinanza del sindaco, ancorché di modifica o integrazione della deliberazione delà giunta. Analogamente i comuni provvedono a delimitare altre zone di rilevanza urbanistica nelle quali sussistono esigenze particolari di traffico, di cui al secondo periodo del comma 8. I comuni possono subordinare l'ingresso o la circolazione dei veicoli a motore, all'interno delle zone a traffico limitato, anche al pagamento di una somma. Con direttiva emanata dall'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale entro un anno dall'entrata in vigore del presente codice, sono individuate le tipologie dei comuni che possono avvalersi di tale facoltà, nonché le modalità di riscossione del pagamento e le categorie dei veicoli esentati.
Quindi le auto elettriche e ibride avranno libero accesso a tutte le aree pedonali e le zone a traffico limitato. Con una Toyota Yaris qualunque si potrà scorrazzare tranquillamente in Via Frattina a Roma, arrivare in Piazza della Signoria a Firenze o fare un giro in Corso Vittorio Emanuele a Milano, fino a Piazza Duomo. E in tutte le altre isole pedonali e ZTL d'Italia.
La norma è demenziale, ovvio. Le auto ibride e elettriche sono già il 5 per cento delle nuove immatricolazioni (92.000 solo nel 2018) e la percentuale è in rapida ascesa. La nuova disposizione è già in vigore, come tutti i provvedimenti inseriti nella Legge di Bilancio. Sarebbe bello sapere chi è il genio che la ha infilata nel mare magnum della legge finanziaria (la competenza è del MIT di Toninelli) e quanti dei parlamentari che l'hanno votata ne abbiano capito la portata dirompente.

venerdì 7 dicembre 2018

Il pasticcio dell'ecotassa sulle auto

La proposta del governo di intervenire fiscalmente nel settore auto con tassazione dei veicoli a combustione e incentivi per quelli elettrici è da giorni la prima notizia, tanto da mettere in secondo piano la stessa manovra finanziaria nella quale è inserita. Proposta del governo presentata come emendamento e già disconosciuta da parte di esso. Proposta del governo formulata dalla side M5S e figlia di qualche riga - peraltro piuttosto vaga - inserita nel famoso Contratto di Governo.
Tutti la chiamano già Ecotassa ed è concepita con l'approssimazione e la rozzezza che caratterizzano molti provvedimenti legislativi di questo governo. Il principio da cui parte è la lodevole e auspicata riduzione delle emissioni di gas climalteranti prodotti dai veicoli con motori a combustione diesel o benzina. Il criterio utilizzato è uno solo: la quantità di gas serra prodotta dai motori calcolata secondo il criterio di grammi di CO2 per Km. La tassa riguarda solo i veicoli di nuova immatricolazione e va da un minimo di 150 Euro a un massimo di tremila, secondo categorie a crescere rispetto al livello delle emissioni. Le entrate previste per il 2019 sarebbero di circa 300 milioni, sufficienti a coprire gli incentivi che lo stesso testo di legge assegna ai veicoli ibridi ed elettrici.
I criteri della Ecotassa sono piuttosto stringenti e risparmiano pochissimi modelli di auto anche nella categoria delle utilitarie alimentate a benzina. Al contrario non toccano alcuni dei modelli di alta gamma dotati di motori diesel di ultimissima generazione, le cui emissioni sono più basse dei limiti di 110g CO2/Km in cui scatta la tassazione.
Occore ricordare che il quadro normativo europeo impone provvedimenti, in tempi brevi. Il Parlamento di Strasburgo ha approvato recentemente la proposta di ridurre le emissioni delle auto del 40 per cento entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, che l'Europa conta di raggiungere con una maggiore efficienza e pulizia dei motori tradizionali e una quota crescente di veicoli elettrici e ibridi. La stessa proposta indica la soglia minima del venti per cento di nuove immatricolazioni di veicoli a zero o basse emissioni entro il 2025, e questa quota dovrà salire al 35% entro il 2030. Attualmente in Italia i veicoli ibridi rappresentano solo il cinque per cento delle nuove immatricolazioni e le full electric circolanti sono meno di cinquemila. In termini assoluti solo lo 0.5% delle auto circolanti nel paese sono elettriche o ibride.
Contro la Ecotassa si sono levate proteste da tutti i settori interessati: produttori di auto, reti di vendita, autoriparatori, sindacati. E naturalmente anche dai consumatori che vedrebbero schizzare verso l'alto il prezzo di una Panda a benzina. Le proteste, che riguardano interessi economici diretti, criticano giustamente la sciatteria del provvedimento ma non entrano nel merito delle necessarie azioni che qualunque governo dovrebbe intraprendere verso una economia decarbonizzata, basata su energia pulita e progresso tecnologico.
L'industria italiana è in ultima fila nella conversione alla mobilità elettrica. Poco più di un anno fa Sergio Marchionne definiva i veicoli elettrici "Un'arma a doppio taglio" e solo recentemente FCA ha annunciato la futura introduzione di modelli elettrici, a cominciare dalla 500, con grave ritardo sugli altri competitor globali come Toyota, BMW, Nissan-Renault, Daimler, Volkswagen.
Altra obiezione facilmente confutabile, letta spesso nei commenti alla Ecotassa, è che le auto elettriche non inquinino meno delle tradizionali, perché utilizzerebbero energia elettrica prodotta dalle centrali a carbone. I dati di Terna dicono che in Italia il 34.6% dell'energia, quindi oltre un terzo, viene da fonti rinnovabili. Inutile dire che la percentuale di energia rinnovabile è in costante ascesa. Quindi già oggi un'auto elettrica in Italia ha una intensità energetica molto migliore di un'auto a idrocarburi. E nel tempo, con l'aumento delle rinnovabili e l'efficienza sempre migliore delle batterie, le emissioni caleranno ulteriormente.
Come detto i principi del provvedimento sono condivisibili e vanno incontro alle direttive europee a cui si stanno adeguando molti altri stati, nonché ai vincoli di riduzione di CO2 previsti dall'Accordo di Parigi sul clima. Tuttavia l'Ecotassa ha lacune molto gravi che proverò a sintetizzare per punti.
1. Riguarda solo i veicoli di nuova immatricolazione e non prevede incentivi per la sostituzione dei mezzi circolanti, che sono in grande parte obsoleti e molto inquinanti. "Nessuno pagherà per ciò che ha acquistato già. Al tempo stesso è importante però tassare chi da oggi sceglie di acquistare macchine molto inquinanti" ha detto il ministro dell'ambiente Costa. Questo approccio, alzando i prezzi di vendita del nuovo senza incentivi alla rottamazione, renderà molto meno invitante sostituire i vecchi mezzi inquinanti in circolazione e provocherà una inevitabile contrazione del mercato.
2. Utilizza come parametro solo le emissioni di CO2 e non quelle di polveri sottili e ossido di azoto (N2O) molto nocivi per la salute umana e prodotti in misura notevole dai motori diesel "salvati" dal provvedimento. Proprio ieri alla COP24 di Katowice l'OMS ha presentato un rapporto sui rapporti tra salute e cambiamenti climatici centrato sulla qualità dell'aria e sui gravi rischi dell'inquinamento da particolato e N2O.
3. Prevede incentivi per i veicoli elettrici, ma non interviene sul tema fondamentale della diffusione di impianti di ricarica rapida, necessaria per garantire ai veicoli elettrici la stessa affidabilità e funzionalità delle auto alimentate con idrocarburi. La legge spagnola recentemente approvata, ad esempio, prevede l'installazione di centri di ricarica in ogni stazione di rifornimento.
4. Non pone quote minime per i mezzi elettrici, come previsto dalle norme europee, nè soglie temporali per la produzione e vendita di auto con motore a combustione. Francia, Gran Bretagna e Spagna hanno fissato al 2040 la "morte" delle auto con motore diesel o benzina (la Danimarca al 2030), imponendo all'industria una riconversione rapida verso le nuove tecnologie.

venerdì 24 agosto 2018

Di Maio e Salvini: basta fondi all'Europa. Davvero?

"Noi siamo pronti a tagliare i fondi che diamo all'Ue. Vogliono 20 miliardi dei cittadini italiani? Dimostrino di meritarseli e si prendano carico di un problema che non possiamo più affrontare da soli". Questo ha detto stasera il vice premier e capo politico del M5S Di Maio. La nobile motivazione sarebbe la sorte di quei circa 150 poveracci bloccati a Catania su una nave della marina militare, quindi già in territorio italiano da una settimana. "Se in Europa fanno finta di non capire, visto che la paghiamo abbondantemente vedremo di pagarla un po' di meno" ha detto sempre stasera l'altro vicepremier Salvini. Il premier per caso per ora tace. Come al solito.
Al di là del ridicolo penultimatum dei due leader politici del governo, le cifre sono molto diverse. Basta consultare il sito dell'Unione Europea. L'Italia versa alla UE circa 13.9 miliardi di Euro e ne riceve da Bruxelles 11.6. Lo sbilancio è di 2.3 miliardi di Euro. Perchè paghiamo (poco) più di quanto riceviamo? Perché l'Unione Europea si basa su politiche di coesione e convergenza, che sono destinate a ridurre le distanze economiche tra i paesi membri. Le nazioni economicamente più arretrate ricevono più di quanto versano, le economie più avanzate contribuiscono ad un allineamento. Il progetto Europa funziona così. Lo sbilancio economico che sfavorisce i paesi più ricchi (ebbene sì, noi siamo tra questi) viene compensato dalla libera circolazione di merci e persone. L'Italia, in particolare, può valersene per il saldo attivo dell'export, che eventuali dazi penalizzerebbero.
Le nazioni che dall'Europa ricevono più di quanto versano sono quasi tutte dell'Est. Il blocco di Visegrad, che rifiuta qualunque politica di condivisione dei migranti. Ad esempio l'Ungheria di Orbán, fraterno amico di Salvini e ostile a qualunque ripartizione dei migranti, paga meno di un miliardo di Euro e riceve 4.5 miliardi da Bruxelles. La Polonia versa 3.5 Miliardi e ne riceve 10.6. Al contrario la Germania paga all'Unione 23 miliardi e ne riceve solo dieci. Filantropia tedesca? Ovviamente no. A Berlino sanno bene che la libera circolazione compensa abbondantemente i contributi comunitari.
Sono cifre semplici e consultabili da tutti. Colpisce l'approssimazione, la scarsa informazione e la assoluta mancanza di strategia di un governo che vorrebbe barattare 150 migranti presi in ostaggio su una nave con la visione politica ed economica dell'Europa.



sabato 11 agosto 2018

Il ministro dell'esterno

Scorrendo l'albo d'oro pubblicato sul sito del ministero si ricordano i ministri dell'interno degli ultimi dieci anni. Partendo dal più recente sono Marco Minniti, Angelino Alfano, Annamaria Cancellieri, Roberto Maroni, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu, Claudio Scajola, Enzo Bianco, Rosa Russo Jervolino e Giorgio Napolitano.
Oggi il ministro dell'interno è Matteo Salvini. Un ministro che ha fatto della visibilità la sua immagine politica. Salvini è ubiquo e lascia ovunque tracce di sè, attraverso i suoi prediletti social network, le foto e le dichiarazioni. La foto qui sopra è di ieri e immortala una scorribanda alle isole Tremiti. Sulla barca di Salvini c'era ovviamente la scorta di polizia. Un'altra imbarcazione di scorta la seguiva e un elicottero sorvegliava dall'alto, per garantire l'incolumità del ministro. Tutto secondo i protocolli, niente da dire.
Quale dei dieci ministri dell'interno che hanno preceduto Salvini, elencati qui sopra, avrebbe fatto circolare una foto così? La forza peculiare del leader della Lega è proprio questa: lui ESTERNA. Esterna senza pudore le sue foto tra fritture, notti in discoteca, bagni in spiaggia e gite in barca con la fidanzata (tanto la scorta non si vede). Esterna frasi ad effetto su qualunque argomento, ben al di là delle sue competenze di governo. Sulle esternazioni di Salvini si discute e si studia. Francesco Nicodemo le classifica secondo la teoria de "L'elefante del giorno", mutuata da George Lakoff: "quasi ogni giorno viene dato in pasto all’opinione pubblica un tema che da un lato distoglie l’attenzione da altri contenuti, dall’altro serve a verificare le reazioni stesse dell’opinione pubblica."
"L'elefante del giorno" è una modalità comunicativa in sè piuttosto semplice, ma certamente efficace. A Salvini importa poco che le sue esternazioni abbiano senso istituzionale, correttezza politica, persino fondamento, come è accaduto con la fake news dei migranti che pretendevano di vedere le partite di calcio su Sky. Che sia una strategia è ormai ovvio. Che colpisca nel segno pure. Che gli alleati di governo Cinque Stelle la subiscano senza fiatare un dato di fatto.
Ma Salvini non esterna solo elefanti, esterna se stesso. E lo fa spudoratamente, come nella foto qui sopra. Nessuno si scompone. Solo tre mesi fa associare la foto di un ministro sorridente in barca con la fidanzata sarebbe stato l'esempio classico dei privilegi, della casta, dei nemici della ggente. Con Salvini questo non funziona. Ciò che indignava e faceva insorgere masse di leoni da tastiera, nel caso di Salvini diventa un elemento di empatia e di complicità. La foto qui sopra è eloquente: il ministro è seminudo, con in bellavista la pancetta all'italiana e il pettorale floscio al limite della ginecomastia. D'accordo, per avere 45 anni non è esattamente in forma, ma questo lo avvicina al suo elettore medio. La sua compagna, che a spalle nude avrebbe ben altra silhouette, appare invece in abbigliamento castigato, per non rubargli la scena.

martedì 3 luglio 2018

L'editoriale di oggi di Claudio Cerasa



L’Italia cresce, ed è sempre più arrabbiata. La disoccupazione diminuisce, e il risentimento aumenta. L’occupazione migliora, e l’indignazione si moltiplica. Il numero di sbarchi crolla, e la paura degli sbarchi si dilata. I delitti calano, gli omicidi calano, i furti calano, i femminicidi calano, le rapine calano, gli omicidi calano, e l’insicurezza aumenta. La stragrande maggioranza degli italiani si dichiara molto soddisfatta della vita che conduce e la stragrande maggioranza degli italiani dichiara di coltivare un forte sentimento di rancore. La percentuale di stranieri in Italia è di otto persone ogni cento e il settanta per cento degli italiani è convinto che siano almeno il doppio. Nell’Italia delle fake news, delle bufale, delle cialtronate, del virale che conta più del reale, dei bambini morti su una spiaggia che vengono descritti come se fossero bambolotti, più passano i giorni, più si accavallano i dati, più si sommano le statistiche e più risulta sempre più evidente quello che in pochi vogliono vedere: la post verità di solito nasce con la distruzione del principio di realtà e quando un paese non riesce a mettere il principio di realtà su un piedistallo più alto rispetto a quello della demagogia quel paese è destinato a essere governato da un agenda che risulta essere un mix di rancore e di fuffa.
L’Italia di oggi, se vogliamo, è tutta nei dati del Censis della scorsa settimana – i reati sono in calo, meno 10,2 per cento nell’ultimo anno, ma nonostante questo si moltiplicano paure e insicurezza. E’ tutta nei dati del Viminale di ieri – il numero dei migranti sbarcati tra il primo gennaio 2018 e il 2 luglio 2018 è del 76,62 per cento inferiore rispetto al 2016 e dell’80,51 per cento inferiore rispetto al 2017. E’ tutta nei dati dell’Istat sempre sull’occupazione – a maggio gli occupati hanno raggiunto il massimo storico di 23 milioni 382 mila unità, il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7 per cento ai minimi dal 2012. E’ tutta nella grande contraddizione in cui si trova oggi il paese governato da Salvini e Di Maio: due forze politiche che hanno tarato la propria offerta elettorale più sul percepito che sul reale (“Always predict the worst and you’ll be hailed as a prophet”, cantava il musicista americano Tom Lehrer) e che ora di fronte a un’Italia che va meglio di quanto è stato raccontato sanno che il rischio che corrono è non riuscire a fare meglio dei predecessori.
Quando un paese si ritrova a essere governato dai professionisti della percezione, e dagli algoritmi del rancore, quel paese rischia di avere politici interessati a occuparsi più della forma che della sostanza, più della fuffa che della realtà, più dei problemi inventati che dei problemi reali. Ma quando un paese si ritrova a essere governato più dal virale che dal reale – e quando cioè un paese viene messo nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra – il problema non riguarda più solo la politica. Riguarda prima di tutto uno spazio che dovrebbe essere cruciale per ogni democrazia: l’esistenza o meno di una opinione pubblica. La ragione per cui l’Italia tende più di altri paesi in Europa a considerare come potenziali verità diverse potenziali bugie – e tende a considerare come potenziali falsità diverse potenziali verità – è il frutto di un meccanismo perverso che si è andato a innescare nel nostro tessuto democratico e che riguarda un fenomeno persino più grave rispetto a quello delle fake news: la proliferazione delle bad news. La storia la conoscete. Una notizia può essere considerata tale solo a condizione che la notizia sia negativa.
Una buona notizia è automaticamente una non notizia e a forza di considerare notizie degne di essere trattate solo notizie che descrivono un problema siamo arrivati ad avere un’opinione pubblica che ha certificato la sua scomparsa nella misura in cui è diventata volontariamente o involontariamente portavoce di unico sentimento: quello del rancore. Gregg Easterbrook, autore di un formidabile saggio sull’ottimismo pubblicato pochi mesi fa in America con la casa editrice Public Affairs (“It’s Better Than It Looks: Reasons for Optimism in an Age of Fear”), sostiene che una delle ragioni per cui le società moderne tendono a dare poco peso alle buone notizie sia legata al paradosso del progresso: “As life gets better, people feel worse”. Più le cose vanno bene e più le persone tenderanno ad accorgersi della propria felicità solo quando staranno per perderla. Nell’Italia di oggi – dove il rischio descritto da Easterbrook lo si corre più che in altri paesi europei – la fine dell’opinione pubblica può essere messa a fuoco utilizzando diverse lenti di ingrandimento. La più importante, e la più grave, è però quella che impedisce di raccontare il mondo per quello che è per paura di essere considerati veicoli di fake news. Se il cretino collettivo ha deciso che il mondo è prossimo allo sfascio affermare il contrario non significa opporre alla demagogia il principio di realtà, ma significa negare la realtà virale, esponendosi all’assalto delle cavallette digitali. La rinascita dell’opinione pubblica non passa solo dalla capacità di reagire ai professionisti dello sfascio. Passa da qualcosa di più rivoluzionario: cominciare a saper distinguere un fatto per quello che è, e non per quello che sembra, e stanare senza pietà la demagogia vuota di chi non ha altro strumento per governare un paese se non quello della paura. E’ arrivato il momento di svegliarsi.

giovedì 17 maggio 2018

Quel contratto di governo a colori

Il contratto del governo Di Maio-Salvini è quasi definito. Per l'accordo però mancano alcuni elementi importanti, che nell'ultima bozza sono evidenziati in rosso. La scelta è bizzarra e in netto contrasto con uno dei principi del contratto stesso, ovvero la riduzione della spesa. Perché chi volesse stampare una copia del documento con il quale si scrive la storia (cit.) è obbligato a farlo con una stampante a colori.
Nella prassi diplomatica le porzioni di documento sulle quali non si è ancora raggiunto un accordo sono racchiuse tra parentesi quadre o brackets. Esempio:
Saranno applicate [sanzioni pecuniare] a chi utilizza il colore nei documenti.
Parentesi quadre. Un modo semplice e chiaro di evidenziare i punti ancora da risolvere. Semplice, economico e sostenibile. Da sempre alle Nazioni Unite si fa così. Invece i punti irrisolti del contratto del governo Di Maio-Salvini sono evidenziati in un rosso carico. Il che li rende già difficilmente leggibili in una visione a colori, figuriamoci in una stampa in bianco e nero, dove il rosso diventa uno sfondo grigio scuro. Quindi il contratto va stampato a colori. Chissà quanti lo hanno fatto, sprecando inchiostro di cartucce e toner. Il diavolo si nasconde nei dettagli.

mercoledì 7 marzo 2018

Auguri



martedì 6 marzo 2018

Il nuovo ceto politico

Per la somma tra collegi uninominali e listini, in alcuni collegi del sud il M5S ha più eletti che candidati. Quindi non solo entreranno in parlamento quelli piazzati all'ultimo posto delle liste, ma andranno ripescati i migliori esclusi di altri collegi.
Visto che anche nella scorsa legislatura la statura politica e culturale di molti parlamentari grillisti era perlomeno discutibile, possiamo immaginare cosa succederà in questa.

lunedì 26 febbraio 2018

A Roma nevica e V. Raggi è in Messico. E fa bene

Le polemiche su Virginia Raggi a Citta del Messico mentre Roma è "sommersa" dalla neve (5 cm) sono pretestuose. Raggi partecipa a un meeting di C40, la rete globale di città metropolitane di cui Roma fa parte (in Italia ci sono anche Milano e Venezia). Aveva confermato la sua presenza mesi fa e ha mantenuto l'impegno preso.
Naturalmente Raggi non poteva prevedere che negli stessi giorni in Italia ci sarebbe stata la perturbazione nevosa più grave dal 2012, che peraltro ha solo sfiorato Roma. E comunque un sindaco, se ha una buona squadra di governo e una struttura efficiente, in questi casi serve a poco. Ma è responsabile penalmente, certo. Ne sa qualcosa Marta Vincenzi, ex sindaco di Genova condannata in primo grado a cinque anni per le supposte negligenze nell'occasione dell'alluvione del 4 novembre 2011 (nel processo di appello in corso il PG ha chiesto la conferma della condanna). Altri sindaci sono indagati per reati simili, come Nogarin a Livorno e Mangialardi a Senigallia.
Virginia Raggi ha fatto certamente bene a partecipare all'evento di C40 Women 4 Climate. Ha molto da imparare e il confronto con realtà urbane più avanzate potrà solo giovarle. La presidente di C40 è Anne Hidalgo, sindaco di Parigi. Fanno parte del Consiglio Direttivo le città di Boston, Mexico City, Copenhagen, Dubai, Durban, Hong Kong, Londra, Los Angeles, Milano, Parigi, Seoul e Tokyo.
Raggi potrà ascoltare storie di successo, esempi da seguire, spunti per applicare anche a Roma politiche di sostenibilità urbana. Perché per ora da lei e dalla sua giunta abbiamo visto fare davvero poco. Praticamente nulla.


mercoledì 17 gennaio 2018

#annullatetutto

Candidati illustri segati senza motivazione, ignari militanti inseriti nelle liste a loro insaputa, votazioni complicate da pesanti difficoltà tecniche (ma non erano gli esperti del web?) e senza verifiche di terzi. Le parlamentarie 2018 del M5S faranno storia. Basta prendere un sacchetto di popcorn e seguire su Twitter l'hashtag #annullatetutto, il divertimento è assicurato.
Al di là dell'ironia, in questo caso davvero troppo facile, il dato politico è chiaro e allarmante. Il Movimento 5 Stelle conferma la sua struttura verticistica, forse meglio dire autoritaria. Altro che movimento: le decisioni sono prese a livello apicale, senza dibattito né confronto. A volte vengono annunciate a posteriori al popolo, altre volte no, come in questo caso per le esclusioni dei candidati.
Il M5S applica alla politica del XXI secolo la concezione leninista del centralismo democratico. Pochi, pochissimi decidono per il bene di tutti. Auguri a chi li voterà.


sabato 23 settembre 2017

Frasi Famose di V. Raggi [57]

"La Capitale sia il modello per l'Italia".

Virginia Raggi oggi nella lettera pubblicata da Il Messaggero.

 

Nel web si discute e si decide. Ma anche no

I Casaleggios oggi hanno bloccato su twitter Jacopo Jacoboni de La Stampa, uno dei giornalisti più brillanti nell'analizzare e raccontare il M5S.


giovedì 31 agosto 2017

Frasi Famose di Virginia Raggi [56]

“Entrano tre professionisti chiamati a dare un contributo fondamentale in tre settori strategici, metteranno le loro competenze a disposizione della città per riuscire a migliorare l’attività della Giunta”.
V. Raggi oggi, presentando in Consiglio Comunale tre nuovi assessori in un discorso di 150 secondi.

 

martedì 22 agosto 2017

Per colpa di qualcuno non decide più la rete

Il cartello qui sopra si può ancora vedere in qualche negozio o tabaccheria di provincia. Contestualizzato sul Movimento grillista si può dire che, per colpa di qualche hacker, non decide più la rete. Le falle di sicurezza del sistema Rousseau della Casaleggio Associati hanno di fatto interrotto il rituale delle votazioni on line dei Cinque Stelle, che recentemente avevano iniziato a sottoporre al vaglio degli iscritti le porzioni del prossimo programma elettorale.
Come fa notare Mauro Favale in un pezzo su La Repubblica di oggi le votazioni on line si sono interrotte il 2 agosto con la consultazione sul capitolo del programma che riguardava l'Università (tempo per esprimersi nove ore, click di 14.847 grillisti certificati). Da allora sono stati pubblicati sul blog altri due capitoli del programma, Sviluppo Economico e Affari Costituzionali. Ma non è stata lanciata ancuna votazione. Insomma, non decide più la rete. Almeno per ora.
L'interruzione delle consultazioni è un chiaro segnale del panico che agita Casaleggio Jr. e Grillo. L'hackeraggio di Rousseau chiarisce come le votazioni on line sul sito siano manipolabili e scarsamente attendibili, ricordando anche che i Casaleggios solo in alcuni casi si rivolgono a società terze per la certificazione dei risultati. Il problema però va risolto in fretta, perché tra un mese esatto inizierà Italia a 5 Stelle a Rimini, la convention che si chiuderà con l'indicazione del candidato premier grillista, quindi con la probabile incoronazione del prescelto Di Maio. Che però prima dovrebbe essere anche lui sottoposto, assieme ad altri candidati di contorno, all'approvazione de "la rete". E il tempo stringe.
Riguardo le incursioni hacker nel sistema Rousseau, la Casaleggio in un post sul sacro blog le aveva definite "non uno scherzo o una ragazzata ma un atto criminale che ha rilevanza penale". Vale la pena di ricordare il post trionfale del 2013 del Gruppo M5S alla Camera, sempre sul blog, che descriveva l'incontro dei Grillisti a Londra con Julian Assange, l'hacker per eccellenza. 
"Abbiamo deciso di incontrare Assange perché con lui condividiamo le battaglie per la trasparenza dell’informazione, per la libera circolazione delle notizie e per la libertà di stampa, diritti che aumentano il livello di consapevolezza dei cittadini. Nascondere le informazioni è uno dei tanti modi che i potenti hanno per accrescere il proprio potere personale. Julian è un combattente". scrivevano i parlamentari grillisti.
E ancora: Siamo orgogliosi di aver incontrato Assange, lui sta cambiando il modo di vedere l’informazione e noi “cittadini nelle istituzioni” quello di vedere la politica. Assange continuerà la battaglia per liberare l’informazione da controlli verticistici. In molti lo detestano, lo attaccano, qualcuno vorrebbe vederlo morto ma il suo lavoro resterà nella storia del web. Le notizie messe in circolo da Julian, Snowden, dalla rete Wikileaks, non hanno causato danni, al contrario hanno dato acqua fresca a tutti i cittadini che hanno sete di conoscenza e che mettono in discussione il pensiero dominante. Uomini come Julian sono necessari per costruire un nuovo mondo, una nuova Europa una nuova Italia che abbia come fondamenta la libertà dell’informazione."
Grillo e Casaleggio inneggiavano all'hacker Assange e oggi scrivono che l'hackeraggio di Rousseau è un atto criminale. La foto sotto immortala l'incontro di Di Battista, Sibilia e altri M5S con Assange.