domenica 13 settembre 2009

And the winner is...Australia

Secondo una indagine della inglese Mapelcroft l'Australia ha superato gli Stati Uniti nella produzione di CO2 pro capite.
In termini assoluti il leader planetario dell'inquinamento atmosferico è la Cina, che recentemente ha superato gli USA. Ma se le emissioni vengono frazionate per abitante ogni Australiano vale 20.58 tonnellate, precedendo l'americano medio che ne produce 19.5. Seguono nell'ordine Canada, Olanda (abbastanza sorprendente) e Arabia Saudita. Nel ranking di produzione per abitante la Cina è solo 44ima con 4.58 tonnellate di CO2.
L'Australia, che utilizza il carbone per l'80% della sua produzione di energia, ha lanciato un programma per ridurre del 25% le emissioni entro il 2020. Tuttavia il mese scorso la legge proposta dal governo è stato bocciata dal senato australiano.

Meno dieci per cento entro il 2010

Si chiama 10:10 ed è una iniziativa appena lanciata nel Regno Unito da un gruppo di associazioni sostenute dal quotidiano The Guardian. Possono aderire persone, aziende, scuole e associazioni, a patto che si impegnino a ridurre le proprie emissioni di CO2 entro il 2010, ovvero entro l'anno prossimo.
La motivazione è semplice ed efficace. "Se riusciamo a provare che si possono ridurre le emissioni in modo drastico in un tempo così ridotto il nostro esempio potrà servire alle altre nazioni più inquinanti" scrivono i promotori.
Il sito pubblica anche una lista dei 15.000+ che hanno già aderito e un elenco di dieci azioni che possono contribuire in maniera decisiva alla riduzione delle emissioni ("stampale a attaccale sul frigorifero" c'è scritto sul sito). Chi aderisce all'iniziativa può richiedere un ciondolo in metallo con il logo. Ne sono stati prodotti 150.000, realizzati dalla carcassa fusa di un vecchio aereo Boeing 747.
L'iniziativa è stata presentata il 1 settembre alla Tate Gallery di Londra. Aggiornamenti anche su twitter.

venerdì 11 settembre 2009

Ricarica solare per iPhone e iPod

La Novothink ha presentato il primo caricabatteria per iPhone e iPhone certificato da Apple. Sarà in vendita negli Stati Uniti dalla fine di settembre al prezzo di 70 dollari.
Il caricatore è dotato di quattro LED che indicano se la luce solare è sufficiente per la ricarica e anche il livello raggiunto. Se l'apparecchio non è collegato al caricatore questo conserva l'energia prodotta in una batteria interna. In extrema ratio c'è una presa USB 2.0 per collegarsi alla rete elettrica.
Il caricatore di Novothink purtroppo funziona solo con gli apparecchi di ultima generazione: iPod touch, iPhone 2G, iPhone 3G e iPhone 3GS.

mercoledì 9 settembre 2009

Cina e Usa, gli opposti estremismi

L'Herald Tribune di oggi pubblica un intervento di John Foley sulle interessanti simmetrie e i ruoli giocati dagli Stati Uniti e dalla Cina nella partita dei cambiamenti climatici e del dopo Kyoto (nella foto l'inviato di Obama Todd Stern durante i tre giorni di colloqui sul clima a Pechino lo scorso giugno).
Aspettando il prossimo round di negoziati ONU a Bangkok ci sono aspettative per delle novità sul clima anche dalla riunione del G20 del 24 settembre a Pittsburgh.
Foley spiega come USA e Cina siano identici nella loro diversità. La Cina produce troppo e consuma tropo poco, l'America fa esattamente l'opposto. Sotto il profilo ambientale, sfruttando la produttività cinese, gli USA hanno delocalizzato le loro industrie. In Cina il 70% dell'energia è destinata all'industria, mentre negli USA la stessa percentuale è utilizzata dai privati cittadini, i consumatori.
Le giustificazioni per quanto poco hanno fatto i due paesi nella lotta ai cambiamenti climatici sono la conseguenza della loro condizione economica. I Cinesi rivendicano lo stesso diritto di inquinare dell'America del periodo industriale (sul conto globale delle emissioni prodotte ad oggi gli USA sono al 28%, la Cina solo all'8%. Gli Americani, da parte loro, dicono che non ha senso prendere impegni se anche la Cina non lo fa.
Gli insiders sanno che in questi mesi i colloqui tra i due paesi sono sempre più frequenti e che un'accordo alla COP-15 di Copenhagen è impensabile senza il loro avvallo. Secondo John Foley non è realistico pensare che le economie in via di sviluppo, come quella cinese, possano accettare un meccanismo cap and trade, ovvero un tetto alle emissioni, che significherebbe mettere un limite alla loro crescita. Foley, come sostenuto a suo tempo anche dall'Economist, propone invece una carbon tax globale, applicabile alla Cina, agli USA e al resto del pianeta.
Il secondo punto in discussione sono i costi della riduzione delle emissioni di CO2. Uno studio dell'università di Pechino ipotizza che ridurre le emissioni cinesi potrebbe costare 300 miliardi di Euro. Una cifra impraticabile per la Cina, ma solo l'uno per cento circa del PIL del G20 del 2008. Ecco perché le soluzioni - e gli impegni - possono essere presi e condivisi solo a scala globale
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FDG 090909 #456

Degrado romano

domenica 6 settembre 2009

La crisi abbassa il CO2

La recessione economica ha un effetto collaterale positivo: in Europa per il quarto anno consecutivo le emissioni di CO2 sono diminuite. I dati del 2008 sono stati diffusi in un rapporto della Agenzia Ambientale Europea (EEA) pubblicato lunedì scorso.
Rispetto al 2007 le emissioni sono calate del 1.3% nel nucleo storico dell'Europa a 15 e del 1.5 nel totale dei 27 paesi dell'unione. La somma del calo degli ultimi anni porta il totale a meno 6.2% per gli EU15 e meno 10.7% per gli EU27 rispetto al 1990, anno base per il Protocollo di Kyoto.
E' la prima volta che la EEA annuncia le sue stime solo pochi mesi dopo la conclusione dell'anno in esame. I dati ufficiali saranno comunicati a metà 2010, ma nel frattempo le stime possono essere utilizzate come base per programmare le iniziative da sviluppare a livello europeo. Occore anche aggiungere che l dati della EEA tengono contono di quanto comunicato dai singolo stati e non tengono conto di alcuni fattori, come le conseguenze del cambio d'uso dei suoli.
La EEA dice chiaramente che "la grande maggioranza della riduzione delle emissioni è dovuta al minor ricorso a combustibili fossili nei settori dell'industria, dell'energia e dei trasporti" e aggiunge che "riflette la recessione economica globale che ha prodotto un calo della produzione industriale e quindi un minor consumo di energia e una contrazione delle spedizioni di merci".
Niente di particolarmente virtuoso, insomma. Tuttavia il commissario europeo all'ambiente Stavros Dimas ha dichiarato la sua soddisfazione, aggiungendo che questi dati sono un messaggio importante alla vigilia della discussione di un nuovo accordo globale sul clima all COP-15 di Copenhagen il prossimo dicembre.

sabato 5 settembre 2009

Elogio dei poveri Italiani all'estero

Sono tornato ieri da Bruxelles, dove giovedì avevo passato la giornata al Comitato delle Regioni. Come al solito ho dovuto subire le domande e lo stupore degli amici e dei colleghi sulla situazione italiana. L'Europa non riesce a capire come il nostro paese possa metabolizzare qualunque cosa Berlusconi faccia o dichiari.
Così mi sono sentito sollevato dal pezzo Come ci vedono (male) all'estero che proprio ieri Beppe Severgnini ha scritto sul Corriere. L'intervento di Severgnini tratta appunto dell'imbarazzo di chi si trova nella impossibile condizione di spiegare a uno straniero le ragioni della devastante immagine che l'Italia ha oltreconfine.
Per tutti, dai Finlandesi ai Ciprioti, dai Portoghesi ai Lituani, grazie a Berlù siamo semplicemente un paese condannato ad un inesorabile, ridicolo declino.

Dal letto grande al Canal Grande

Patrizia D'Addario al suo arrivo al Festival del Cinema di Venezia.

giovedì 3 settembre 2009

La crisi delle bollicine

Quando la crisi avanza la voglia di brindare se ne va. A parte che alle cene di Palazzo Grazioli, lo champagne sta sparendo dalle tavole e dai frigoriferi del mondo, costringendo i produttori a una severa politica di contenimento della produzione.
Il Wall Street Journal di oggi racconta come, dopo il picco di 339 milioni di bottiglie del 2007, le vendite sono calate nel 2008 e scenderanno drammaticamente quest'anno, con una previsione di 260 milioni di bottiglie che significa tornare ai livelli del 2000.
L'associazione dei produttori e dei vignaioli dello champagne, una specie di OPEC delle bollicine, ha quindi deciso di limitare drasticamente la produzione, riducendo del 32% la vendemmia, ovvero passando da 14.2 a 9.7 tonnellate di uva per ettaro. Inoltre solo l'82% dell'uva vendemmiata sarà imbottigliata, con il resto a riposare nei serbatoi fino all'anno prossimo nella speranza di un improbabile ripresa dei consumi. Questo vorrà dire che il numero totale delle bottiglie sarà il 44% meno dello scorso anno.
Le azioni intraprese sono controverse e risentono del fatto che il 90% dello champagne proviene dalle vigne di produttori indipendenti, che vendono il loro raccolto alle grandi aziende come LVMH, proprietaria dei marchi Moet Chandon, Hennessy e Veuve Cliquot. I produttori indipendenti si oppongono a una riduzione dei raccolti che viene invece invocata dai marchi più importanti, i quali avevano chiesto un taglio del 50% della vendemmia 2009 e rifiutano qualunque ipotesi di riduzione dei prezzi. A complicare le cose c'è la recente decisione del governo francese di allargare l'area di produzione dello champagne, che era stata presa nell'euforia dell'aumento delle vendite degli ultimi anni.
Le scelte sono complesse e risentono anche dei tempi necessari a produrre le mitiche bollicine. Lo champagne infatti deve riposare in bottiglia almeno due anni, il che significa che il prossimo anno il mercato in crisi dovrà fare i conti con la produzione più alta di sempre: 405 milioni di bottiglie, programmate quando la congiuntura globale era un fantasma lontano.